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  • Napolitano: "Avanti con le riformema attenzione alle difficoltà sociali"

    Napolitano: "Avanti con le riforme ma attenzione alle difficoltà sociali" Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano 

    ROMA - Bisogna "tenere conto delle situazioni socialmente difficili e critiche" che si possono determinare nel processo di riforme. E’ il richiamo che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso dopo l’incontro al Quirinale con il presidente bulgaro Rosen Pleneliev, in visita di Stato in Italia.

    Il Paese, ha premesso Napolitano, ha "la necessità assoluta di dare impulso a nuove politiche per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione". Per questo, non si possono avere esitazioni "nel cammino delle riforme e nelle politiche di necessaria severità fiscale". Ma nel proseguire con le riforme e con le politiche di risanamento, è necessario "tenere conto delle situazioni socialmente critiche e difficili che si vanno determinando".

    Come sempre, il presidente della Repubblica ha coniugato l’analisi della situazione interna con una visione allargata al contesto comunitario. "L’Europa sta affrontando una crisi economica molto complessa e difficile – ha ricordato Napolitano -. Siamo convinti che l’Italia ha dato il suo contributo con scelte giuste, arrivando alla definizione del fiscal compact", l’accordo internazionale firmato dai leader europei "che consentirà di consolidare la stabilità dei nostri assetti finanziari per un successivo sviluppo su basi sane e durature".

    "La crisi rende il cammino europeo più arduo e difficile ma anche di un necessario e senza alternative" ha sottolineato ancora il capo dello Stato, riferendo di una "convergenza di vedute" con il presidente bulgaro sulla "necessità di completare l’integrazione dei Paesi balcanici nelle strutture euroatlantiche". Perché, ha continuato Napolitano, far parte della Nato serve a salvaguardare "i valori democratici e civili", mentre far parte della Ue significa avere "una responsabilità verso i partner esterni, i cittadini propri e quelli europei".

    Dopo aver sottolineato che "la Bulgaria procede nella pienezza del processo di integrazione europea che comporta un impegno continuo e costante", Napolitano ha precisato: "Appoggiamo la richiesta della Bulgaria di ingresso nel sistema di Schengen perché ha realizzato le condizioni richieste".


  • Napolitano: "Basta giovani precari e sfruttati"Camusso: "Controriforma non passerà"

    Napolitano: "Basta giovani precari e sfruttati" Camusso: "Controriforma non passerà" Giorgio Napolitano 

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    • Riforma del lavoro
      ROMA
      - Basta con i giovani precari e sfruttati: il pensiero del presidente della Repubblica va in primo luogo alle ultime generazioni, "sulle quali grava già un debito pubblico che tende a diventare un fardello insopportabile". E che devono poter accedere al mercato del lavoro in modo da non essere penalizzate "da ingiustificate precarietà o da forme inammissibili di sfruttamento". Giorgio Napolitano richiama istituzioni e organizzazioni sindacali ad un impegno comune in contro la disoccupazione, piaga che colpisce in primo luogo donne e giovani.
      Intervenendo con un messaggio inviato al segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella, in occasione del terzo congresso confederale, il capo dello Stato fa appello alle parti sociali perché contribuiscano a sviluppare "un confronto aperto e costruttivo sulle soluzioni da perseguire con forte spirito unitario".

      Ma poi il presidente fa un riferimento preciso alle polemiche di questi giorni sulla riforma del mercato del lavoro e lancia un appello ai sindacati: "L’attiva partecipazione delle organizzazioni sindacali al dibattito pubblico e alla vita sociale" rappresenta "per il nostro Paese, in un momento di crisi ma anche di grandi opportunità di riforme sociali, una preziosa risorsa per perseguire quella crescita equa e sostenibile di cui l’Italia ha urgente bisogno", sottolinea il presidente.

      I toni del confronto fra governo, partiti e parti sociali però non si abbassano. In mattinata Susanna Camusso ha avuto parole dure nei confronti di Mario Monti, accusando il premier di aver cercato lo strappo sull’articolo 18 e ricordando che il Parlamento ha un dovere morale nei confronti del Paese e dei lavoratori. Sulla modifica dell’articolo 18 "il governo ha deciso uno strappo, forse ha immaginato che un suo consenso fosse tale da consentirgli questa operazione ma non ha funzionato", dice la leader Cgil a margine dell’attivo di quadri e delegati della Camera.

      E aggiunge "i lavoratori e le lavoratrici hanno ben capito di cosa stiamo parlando e se lo hanno bene chiaro sono in grado di dirlo a tutti gli altri". "E se questo Paese lo dice – continua – siamo certi che alla fine non passerà la controriforma del mercato del lavoro". "Il Parlamento ha il dovere morale, non tecnico, di guardare a cosa pensa il Paese, i lavoratori e le lavoratrici" prima di varare la riforma del mercato del lavoro, dice ancora Camusso.

      E torna anche sul tema delle pensioni: "E’ scandaloso che l’Inps non sia in grado di stabilire l’entità degli esodati e delle ricongiunzioni onerose". Tema che sta particolarmente a cuore anche al Pd, che chiede al ministro Fornero che i risparmi della riforma vadano agli "esodati", quei lavoratori che per effetto della riforma si trovano senza stipendio e senza pensione, avendo concluso una trattativa in base alla vecchia legge, ma trovandosi in attesa visto che la riforma ha spostato in avanti l’età minima per ritirarsi. Il capogruppo in commissione lavoro Cesare Damiano, in conferenza stampa alla Camera insieme alla deputata Marialuisa Gnecchi, sottolinea che c’è la "necessità di risolvere questo problema politico e sociale. Il ministro Fornero ha promesso di presentare una proposta di legge ad hoc entro giugno; vigileremo perchè ciò avvenga", ha detto.

      Sulla riforma del mercato del lavoro, per Raffaele Bonanni il governo dovrebbe accettare il modello tedesco. "Evitiamo così discussioni inutili e ci predisponiamo alla battaglia per la crescita, che si ottiene attraverso la concordia nazionale", dice il leader della Cisl, intervenendo al congresso dell’Ugl, richiamando il modello tedesco sulla base del quale, alla fine dell’iter, "si va dal giudice il quale decide se è reintegro o indennizzo". 

      Un duro attacco al governo arriva anche da Nichi Vendola. "Monti è peggio di Berlusconi ed Elsa Fornero peggio di Sacconi", dice il leader di Sel dopo la direzione del partito e torna ad attaccare sull’articolo 18. "Ieri Monti ha detto che le imprese non assumono perché non possono licenziare. E’ una menzogna insopportabile in un Paese come l’Italia, dove le imprese si informano della mafia e della corruzione, della lentocrazia burocratica non dell’articolo 18". "Queste sono le vere barriere alle assunzioni", secondo il leader di Sel, che fa appello al Pd perché mandi a casa il professore. "Un governo che fa una riforma del mercato del lavoro che non affronta i nodi e peggiora drammaticamente la civiltà e la cultura dei diritti deve essere mandato a casa, non merita di vivere", ha risposto Vendola ai cronisti che gli chiedevano se il Pd debba o meno staccare la spina a Monti.

      Anche Antonio Di Pietro incalza il presidente del Consiglio: "Invito Monti a occuparsi dei problemi degli italiani e non della sua immagine e del suo ego che ormai sta diventando ipertrofico", attacca. 

      Il Pdl, dal canto suo, teme che sulla riforma del mercato del lavoro il Paese venga condizionato dall’estrema sinistra. A dirlo è il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ospite di Forcaffè il web-editoriale del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. "Dobbiamo creare più occupazione e, quindi, la riforma del mercato del lavoro non deve servire a licenziare meglio ma ad assumere di più", dice Alfano. "Noi del Pdl temiamo che la Fiom, la parte estrema della Cgil, condizioni la stessa Cgil che a sua volta condizioni il Pd, il quale condizioni il Governo. C’è il rischio, alla fine, che il Paese venga condizionato da una parte estrema della sinistra", conclude.

       


  • Articolo 18, Fornero difende la riforma"Provo angoscia, non siamo dei freddi tecnici"

    Articolo 18, Fornero difende la riforma "Provo angoscia, non siamo dei freddi tecnici" Elsa Fornero (ansa)

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    • Riforma del lavoro ROMA – "Non vogliamo spaccare il Paese". Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ospite di "Radio Anch’io" difende la riforma, sostiene di provare "angoscia" davanti ai tragici gesti legati alla crisi e tira una stoccata, senza nominarle, a Cisl e a Uil. Che dopo un iniziale via libera alle norme hanno assunto posizioni più rigide. "L’idea che ci sia tensione sociale e disperazione fino ad arrivare a gesti estremi mi crea angoscia", afferma. Il ministro non si riconosce nell’idea "che il governo è insensibile: non lo è. Quando si devono risolvere i problemi generali qualche volta non hai il tempo di occuparti di quelli particolari. Appariamo freddi tecnici ma spaccare il Paese è l’ultima cosa che vogliamo fare".

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      Sindacati. "Abbiamo lavorato per tre mesi e abbiamo avuto tante ore per costruire la riforma. Siamo arrivati a fine percorso in cui c’erano tutte le parti meno una, la Cgil, d’accordo con quanto scritto nel documento, inclusa la parte sulla flessibilità in uscita. C’era l’accordo di tutti salvo che della Cgil. Se poi si è cambiato idea il governo non poteva metterlo in conto. Cambiare idea è legittimo, ma non abbiamo costruito una riforma contro, ma per il consenso". Il ministro rifiuta l’etichetta di ministro anti Cgil: "Non ho mai fatto parte del ‘partito’ che pensava che con la Cgil fuori, la riforma avrebbe avuto una maggiore capacità di persuasione rispetto ai mercati. Che i mercati, cioè, si convincessero che la riforma era migliore se non c’è la Cgil. Non l’ho mai pensato e l’ho sempre detto a Susanna Camusso". Con la quale, aggiunge la Fornero, "sono disponibile a un faccia a faccia".

      Licenziamenti.
      Il ministro torna a difendere le nuove norme: "Nessuno vuole dare all’impresa licenza di licenziare, non è questo il problema. Il problema è dare una maggiore facilità alle imprese nell’aggiustamento di manodopera, per numeri piccoli e non per numeri grandi, per ragioni che hanno a che vedere con l’andamento economico dell’impresa".

      Delocalizzazioni. "Un patto con le imprese va fatto, vogliamo imprenditori e imprese di qualità", ha insistito, spiegando che chi impiega lavoro "mordi e fuggi" non è un’impresa in prospettiva di crescita". "Ci sono le condizioni – ha detto ancora Fornero – perché le imprese investano in Italia e non portino stabilimenti in Serbia".

      Esodati.
      Il governo cercherà di trovare entro giugno una soluzione per il problema pensionistico dei lavoratori ‘esodati’. "Non li ho dimenticati – assicura Fornero – e mi sono impegnata a trovare una soluzione entro il 30 giugno. Spero di riuscirci prima, ma bisogna trovare le risorse per consentire al più ampio numero di queste persone di accedere alla pensione con le regole precedenti. Troveremo una soluzione equa".
       
      Bersani. Il Pd resta comunque fermo nel suo giudizio sulla necessità di cambiare il testo sull’articolo 18. "Il Portogallo, per dirla con un eufemismo – spiega il segretario Pierluigi Bersani – è un paese molto sorvegliato dalla Ue e dal Fondo monetario, ma nesuno pensa di togliere, in ultima istanza, la possibilità di reintegro da parte del giudice". Per questo, aggiunge, "anche se è curioso che non abbiamo visto il testo, in Parlamento ragioneremo, discuteremo e le cose si aggiusteranno".

      La frenata dei vescovi. Sembra invece correggere il tiro rispetto alle precedenti  prese di posizione la Cei. "Serve uno sforzo per guardare anche a quanti dovrebbero entrare nel mercato del lavoro e non solo a quanti purtroppo rischiano di uscirne", ha detto il segretario generale della Conferenza episcopale italiana monsignor Mariano Crociata. "Nessun avallo – ha aggiunto – a chi non vuole cambiare nulla e vuole che le cose restino sempre così".


  • Lusi, i pm cercano verifiche"Rutelli e Bianco come testimoni"

    Lusi, i pm cercano verifiche "Rutelli e Bianco come testimoni" Luigi Lusi 

    ROMA – I pm della Procura di Roma che indagano sul caso dell’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, nei prossimi giorni convocheranno gli ex vertici del partito per sentirli come testi. In base a quanto si apprende, verranno ascoltati  il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, il presidente dell’assemblea federale, Enzo Bianco, e il presidente del comitato di tesoreria, Gianpiero Bocci.

    I magistrati intendono sentire la loro versione su alcuni passaggi dell’ultimo interrogatorio di Lusi ritenuti poco plausibili. A cominciare dal presunto mandato fiduciario che l’ex tesoriere avrebbe ricevuto, per passare al compenso che, a detta di Lusi, gli sarebbe spettato per il suo lavoro, per finire con il patto di spartizione dei fondi residui dei dl (60% ai popolari e 40% ai rutelliani, secondo il senatore). Circostanze smentite dagli ex vertici dl che hanno querelato Lusi.

    Il procuratore aggiunto, Alberto Caperna, e il pm, Stefano Pesci, convocheranno in procura anche i familiari di Lusi, a partire dalla moglie, anche lei indagata. Il 5 aprile è invece in programma l’udienza al tribunale del riesame per discutere la richiesta di dissequestrare i beni dell’ex tesoriere e dei suoi familiari. I difensori di Lusi rinunceranno all’istanza. Ed è probabile che anche i familiari del senatore decidano di fare la stessa cosa. L’intenzione di
    Lusi, manifestata l’altro giorno in una nota, di cedere le quote della società canadese Luigia ltd, in favore della Margherita, potrebbe permettere di chiudere la questione.
     


  • Camera, Casini: "Rinuncio ai benefit"Bertinotti dice no. Violante: "Fiera dell’ipocrisia"

    Camera, Casini: "Rinuncio ai benefit" Bertinotti dice no. Violante: "Fiera dell'ipocrisia"  Pier Ferdinando Casini 

    ROMA - "Ho avuto l’onore di servire la Camera dal 2001 al 2006, rinuncio con effetto immediato a questi benefici". Firmato: Pier Ferdinando Casini. Il leader centrista annuncia il suo no dopo che l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha stabilito che gli ex presidenti della Camera potranno godere dei benefit, relativi alla carica ricoperta, per 10 anni, dalla fine del mandato, e non più a vita. L’unica eccezione è stata fatta per gli ex presidenti eletti deputati nella scorsa o nell’attuale legislatura per i quali i 10 anni decorreranno a partire dalla fine di questa legislatura. Dei cinque ex presidenti ancora in vita, quindi, solo Luciano Violante e Fausto Bertinotti (e lo stesso Casini) potranno continuare a godere dei benefit per altri 10 anni, mentre Pietro Ingrao e Irene Pivetti li perderanno alla fine di questa legislatura. Un privilegio di cui Casini ha deciso di fare a meno: " Ho preso atto delle decisioni assunte ieri, a maggioranza – scrive il leader dell’Udc in una lettera a Gianfranco Fini –   dall’Ufficio di Presidenza in relazione allo status degli ex presidenti. Ringrazio lei ed i colleghi, ma le comunico che non intendo avvalermi della delibera e rinuncio, con effetto immediato, ad ogni attribuzione e benefit connessi a questo status".

    Diversa, anzi opposta, la reazione di Violante e Bertinotti. "Non ho mai partecipato a fiere dell’ipocrisia e non intendo farlo neanche questa volta. Nè intendo compiere esisbizionismi. Deciderò alla fine della legislatura in corso" dice l’esponente del Pd.  Mentre l’ex leader di Rifondazione fa sapere che si "atterrà, come sempre, a quello che ha deciso l’Istituzione". Ovvero nessun passo indietro.
     
    Il Senato, poche settimane fa, era stato più rigoroso e aveva dato lo stop dopo dieci anni dalla cessazione dall’incarico. Senza alcuna eccezione. A Montecitorio, invece, la strada scelta è stata diversa. E la cosa ha provocato la spaccatura dell’ufficio di Presidenza. Il provvedimento è passato ma con cinque voti contrari: oltre a Dussin (Lega) e Mura (Idv) anche quelli dei pidiellini Leone, Fontana e Milanato. Anche il vicepresidente Lupi (Pdl) ha votato no, per alzata di mano, sebbene il suo sesto non sia stato registrato a verbale.
     


  • Un presidente senza partiti

    Un presidente senza partiti Mario Monti (ansa)

    di ILVO DIAMANTI
    SULLA scena politica italiana del nostro tempo si confrontano partiti senza leader (autorevoli) e un leader senza partiti. Quest’immagine è emersa nei primi quattro mesi del governo guidato da Mario Monti. e appare largamente confermata  -  e precisata – dal sondaggio dell’Atlante Politico di Demos, realizzato nei giorni scorsi.

    1. La fiducia nel governo Monti, anzitutto. Espressa (con un voto pari o superiore al 6) da quasi il 62% del campione della popolazione. Il dato più alto dopo la fase di avvio, in novembre. Insieme all’auspicio, condiviso da circa 7 italiani su 10, che la sua attenzione non si limiti ai temi strettamente economici ma si allarghi a tutte le questioni importanti del Paese. Riforma elettorale, giustizia e sistema radiotelevisivo compresi. Il 27% degli intervistati, inoltre, vorrebbe che Monti, dopo le prossime elezioni, succedesse a se stesso. Indipendentemente dal risultato.

    2. Ancora più elevato è il grado di considerazione "personale" verso il Premier e i suoi ministri più conosciuti. Nella classifica dei leader, Monti è saldamente in testa, con il 67% di giudizi positivi (espressi con un voto pari o superiore a 6). Lo seguono (a debita distanza) i ministri Elsa Fornero (51%) e Corrado Passera (49%). Gli altri leader  -  istituzionali e di partito  -  sono dietro. Sensibilmente lontani. Bersani, Alfano, Di Pietro, Vendola, Casini e Fini. Tutti in calo, soprattutto gli ultimi due. (Un segno che il governo e Monti stanno occupando lo spazio del Terzo Polo.) In fondo alla classifica: Berlusconi e Bossi, i leader del precedente governo. Bossi, in particolare, è largamente sopravanzato da Maroni (40%). Nella popolazione. Ma anche nell’elettorato leghista. Tra gli elettori della Lega, infatti, il 50% valuta positivamente Bossi, il 73% Maroni. Segno che il peso di Maroni nella "Lega di opposizione" si è rafforzato ulteriormente.

    3. Di certo, oggi è in crisi la legittimità del "politico di professione" mentre si rafforza la credibilità dei "tecnici". Come Monti, appunto. Insieme ai suoi ministri. Oltre il 60% degli italiani, infatti, ritiene i tecnici più adatti a governare rispetto a "politici esperti".

    4. È interessante osservare come questi atteggiamenti risentano in misura – ancora – limitata delle valutazioni di merito, nei confronti di specifici provvedimenti. Che sollevano, in alcuni casi, grande insoddisfazione. In particolare, una larga maggioranza di persone si dice contraria a modifiche sostanziali dell’articolo 18. Ma ciò non è sufficiente a modificare in modo sostanziale il giudizio sul governo dei tecnici, sui tecnici e sul Tecnico per eccellenza. Monti. Almeno per ora.

    5. L’impopolarità dei leader di partito riflette la  -  e si riflette nella – sfiducia nei partiti (solo il 4% del campione esprime "molta fiducia" nei loro confronti). Dal punto di vista elettorale, tuttavia, non si rilevano grandi variazioni negli ultimi mesi. Il PD si attesta circa al 27% e il PdL al 24%. Insieme arrivano al 50%. Venti punti meno che alle elezioni del 2008. La Lega si conferma al 10%, come l’UdC. L’IdV all’8%. Mentre SEL è più indietro, intorno al 6%. Avvicinata dal Movimento 5 Stelle di Grillo. L’unica opposizione davvero extra-parlamentare. Movimentista. La No Tav come bandiera. Forse anche per questo premiata, in questa fase. L’esperienza del governo Monti ha, dunque, congelato gli orientamenti elettorali, ma li ha anche frammentati. Complicando le alleanze  -  precedenti e future.

    6. Il PD, che all’inizio aveva beneficiato dell’esperienza del governo Monti, ora sembra soffrirne. Più dei partiti della vecchia maggioranza di Centrodestra, in lieve ripresa, nelle stime di voto. Gli elettori del PD, d’altra parte, continuano a garantire un alto grado di consenso al governo Monti. (Ha il merito di aver "sostituito" Berlusconi). Tuttavia, nella percezione degli italiani, ha mutato posizione politica. Certo, la maggioranza degli elettori (57%) continua a considerarlo "al di fuori e al di sopra" degli schieramenti politici. Ma una quota ampia e crescente di essi (20%) lo ritiene prevalentemente orientato a centro-destra.

    7. Il PD risente, inoltre, del conflitto interno fra i partigiani dell’alleanza con le forze di Sinistra e i sostenitori dell’intesa con il Centro. Ma i suoi elettori appaiono turbati anche dalla tentazione di tradurre l’attuale Grande Coalizione di governo in un progetto più duraturo. Un’ipotesi che, tradotta sul piano elettorale, si fermerebbe al 47%. Cioè, circa 13 punti in meno rispetto ai consensi di cui sono accreditati i partiti dell’attuale maggioranza. Per contro, la Lega salirebbe al 19% e la Sinistra oltre il 33%. A pagare il prezzo più caro di questa ipotetica intesa sarebbe, appunto, il PD. Visto che oltre metà dei suoi elettori si sposterebbe sulla coalizione di Sinistra oppure si asterrebbe.

    8. Non sorprende, allora, che, una "ipotetica" Lista Monti in una "ipotetica" competizione con gli attuali partiti, nelle intenzioni di voto degli intervistati, sia accreditata di oltre il 24% dei voti. Il che significa: il primo partito in Italia. Davanti al PdL, che, in questo scenario, otterrebbe il 19%. Il PD, terzo con il 18%, risulterebbe il più penalizzato. Perderebbe, infatti, oltre un quarto della base elettorale a favore della lista Monti. La quale, peraltro, intercetterebbe consensi trasversali. Ma, soprattutto, convincerebbe quasi un terzo degli elettori ancora incerti oppure orientati all’astensione. Sul totale degli elettori: circa il 10%.

    9. Naturalmente, si tratta di una simulazione. Influenzata, peraltro, dalla popolarità di Monti in questo specifico momento. Conferma, però, lo scenario delineato all’inizio. Evoca, cioè, una Terza Repubblica che oppone Presidenti e Partiti (come suggerì, alcuni anni fa, Mauro Calise in un saggio pubblicato da Laterza). Mentre il Berlusconismo aveva imposto il modello del "Partito personale", che oggi è in declino, insieme alla Persona che lo aveva incarnato.

    10. Il Montismo ne ha modificato sostanzialmente il modello. In particolare, nello "stile personale": ha affermato la Tecnica e la Competenza al posto dell’Imitazione-della-gente-comume. L’aristocrazia democratica al posto della democrazia populista. Tuttavia, Monti non si può definire un Presidente "contro" i Partiti, perché i partiti (maggiori) lo sostengono. Anche se qualcuno scorge, alle sue spalle, l’ombra di un nuovo "Partito personale", egli appare, in effetti, un "Presidente senza partito". Legittimato dal "voto" dei mercati, dal "vuoto" della politica  -  e dalla conferma dei sondaggi. Ma anche dalla sua distanza dai partiti. Il che sottolinea l’ultimo paradosso post-italiano (per echeggiare Eddy Berselli). Una Repubblica dove coabitano due Presidenti forti, molti partiti deboli. E un Parlamento quantomeno fragile. Una Repubblica bi-presidenziale.


  • La paura di perdere

    La paura di perdere Alfano, Bersani e Casini (ansa)

    • TUTTO SU
    • Legge elettorale LA PAURA di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l’architrave su cui poggia l’accordo trovato ieri dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo "tecnico". Sull’idea che nessuna forza politica  -  a cominciare da Pdl, Pd e Udc  -  sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. Tutti sperano di tenersi le mani libere e ognuno punta a limitare i danni. Lasciando aperta la porta ad ogni soluzione per il dopo-voto. L’intesa preparata da Alfano, Bersani e Casini è soprattutto il frutto di una convergenza di interessi.

      E lo dimostra l’idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza. Di fronte ad una instabilità, tipica degli ordinamenti e dei sistemi politici transitori, i tre principali partiti si adattano alla "corsa solitaria" e mirano a rimettere tutti ai nastri di partenza nella previsione che nessuno potrà vincere da solo. Proprio come accadde nel 1946 con la legge elettorale per l’Assemblea Costituente e nel 1948 per la prima tornata parlamentare dopo la caduta del fascismo e l’entrata in vigore della Costituzione.

      Una convergenza di interessi che consente al Pdl di limitare la probabile  -  almeno al momento  -  sconfitta senza precludere la possibilità di ricomporre l’alleanza con la Lega dopo il voto. Nella consapevolezza, peraltro, di non avere un candidato premier sufficientemente forte e autorevole.

      Al Pd di mettere definitivamente in soffitta la cosiddetta "foto di Vasto" e l’alleanza con Vendola e Di Pietro. Bersani spera così di contare sulla chance di presentarsi per la presidenza del consiglio senza dover trattare con nessuno la sua premiership e predisponendo un patto successivo con il Centro di Casini.

      I centristi, invece, non saranno obbligati ad una scelta di campo preventiva, potranno confidare nel ruolo di ago della bilancia che i sondaggi gli assegnano sempre più e di coltivare il progetto di mantenere Mario Monti a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura (l’indicazione del premier non è prevista in Costituzione e quindi non sarà obbligatorio rispettare le designazioni dei partiti). Senza dimenticare che subito dopo il voto, le Camere dovranno eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica e nel gioco delle trattative chi  -  come il Terzo Polo  -  sarà determinante negli equilibri parlamentari potrà avere più carte da spendere nella corsa al Quirinale.

      Insomma, tutti potranno fare la campagna elettorale in solitaria senza compromettere nulla. Perché tutto si gioca solo a urne chiuse. Anche l’eventuale riproposizione di una Grande Coalizione. E chi sa se anche per questo ieri Monti ha fatto sapere ai tre leader di aver apprezzato il buon esito del vertice.

      Ma il patto tra Alfano Bersani e Casini, deve superare due scogli che possono compromettere il loro delicato equilibrio: la riforma del lavoro e la giustizia. Il premier sa che il disegno di legge della Fornero rischia un’interminabile Odissea in Parlamento senza una mediazione con il Pd. E anche dentro il suo esecutivo, alcuni autorevoli ministri gli hanno fatto sapere che è indispensabile sanare il rapporto con il Pd e con la Cgil.

      Rispolverando il modello tedesco e il principio del reintegro troppo rapidamente archiviato. Mentre sul capitolo giustizia resta vagante la mina attivata da Silvio Berlusconi. Che ad ogni occasione reclama una precisa garanzia per il suo futuro. Questioni che il Professore dovrà affrontare al ritorno dal suo viaggio in Estremo Oriente.

       


  • L’ultima verità di Luigi Lusi"Alcuni nella Margherita sapevano"

    L'ultima verità di Luigi Lusi "Alcuni nella Margherita sapevano" Luigi Lusi 

    ROMA - Cosa ha raccontato esattamente Luigi Lusi al procuratore capo Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Alberto Caperna, al pm Stefano Pesci? Quali parole ha usato, quali circostanze ha indicato che interpellano l’ex vertice della Margherita?

    "FIDUCIARIO PER CONTO DEL PARTITO"
     Sostiene a verbale il senatore di non essere "il predone" di 25 milioni di euro. Di "aver operato come tesoriere della Margherita per creare una serie di posizioni finanziarie e immobiliari di carattere fiduciario". "Non rubavo", dice. "Investivo" per conto del Partito, utilizzando le società "Luigia ltd." e "TTT srl.".

    Ed "era inteso", aggiunge, che "quando la Margherita avesse esaurito la sua liquidità di cassa, le ville con tenuta di Genzano e Ariccia, l’immobile in via Monserrato acquistati con i soldi del Partito sarebbero stati dismessi e liquidati a vantaggio e nell’interesse della Margherita".

    Prova ne sia, aggiunge, la decisione (formalizzata ieri dal suo avvocato Luca Petrucci) di cedere alla Margherita le quote della Luigi ltd., la sua cassaforte immobiliare. "Fiduciari", a suo dire anche i "prestiti infruttiferi e in contanti" (mai restituiti) per oltre 500 mila euro al fratello Angelo, ai nipoti, ad alcuni amici, così come "le spese di ristrutturazione per gli immobili di Capistrello". Mentre, del tutto ignari, e dunque "innocenti", sarebbero sua moglie Giovanna Petricone, suo genero, i suoi nipoti Emanuele e Micol.

    "ALCUNI SAPEVANO"
    Quanto alla consapevolezza dei vertici della Margherita della sua "attività fiduciaria", racconta: "Dopo il 2007, quando il Partito confluì nel Pd, si pose il problema di assicurare un futuro ai rimborsi elettorali, ingenti, destinati in futuro alla Margherita. Per gli immobili, nessuno mi conferì un mandato specifico. Mi fu detto in generale di investire la liquidità nei migliori modi possibili. Per altro, dell’acquisto degli immobili alcuni sapevano, ma preferisco non farne i nomi, perché so bene che nessuno confermerebbe quanto dico".

    Del resto, a suo dire, il vertice della Margherita, a cominciare da Rutelli, aveva fiducia in lui perché "garante" di un "patto" sull’uso delle risorse destinate alla politica, stretto sempre nel 2007. "C’era un accordo, di cui ero considerato garante, per la ripartizione dei fondi e delle spese tra Popolari e rutelliani. Il 60% ai primi. Il 40% ai secondi. I Popolari sapevano bene come le risorse erano distribuite tra di loro. Lo sapeva anche Rutelli. Mentre i Popolari non sapevano quanto aveva Rutelli. Bocci e Rutelli erano attenti alle rispettive spese. Forse, tra le due correnti, Rutelli ha avuto qualcosa in più, perché con lui eravamo in sodalizio politico da sempre ed era comunque il Presidente".

    "NON SO COME ABBIANO SPESO I SOLDI"
    Il "Patto", il "garante", "gli investimenti fiduciari". E’ una difesa che tutto vuole riportare alla dimensione "politica" dell’affare. Spaghetti al caviale e convegni. Ville, viaggi e uso delle risorse di un Partito. I pm, scettici e a tratti increduli, sollecitano l’ex tesoriere. "Qualcuno, nella Margherita" ha utilizzato le risorse del Partito per usi diversi dalla politica? "Non lo so", risponde Lusi. "Quando si sarebbero dovuti vendere gli immobili di Genzano, Ariccia, Monserrato?". "Presto, perché la liquidità del Partito si stava esaurendo". "Era davvero così conveniente investire in immobili, pagandoci anche 5 milioni di tasse?". "Si. Se oggi rivendessimo gli immobili otterremmo una cifra superiore".

    ANNOTAZIONI E ASSEGNI
    Lusi dice di non avere prove del "patto", né del mandato "fiduciario". La sua parola, insomma, contro quella degli ex compagni di strada. Sugli assegni con beneficiario in bianco, tratti dal conto del Partito (parte dei quali utilizzati per comprare la villa di Ariccia) fa fede la sua memoria. Sulla ripartizione delle risorse della Margherita, spiega, "dal 2009 ho annotato quanto distribuivo proprio per garantire che l’accordo fosse rispettato". Quanto poi alla contabilità opaca, "Non la posso negare. Ma l’opacità non era una mia esigenza. E’ propria di tutti i partiti ed era necessaria a mascherare le operazioni fiduciarie".

    I PRESTITI
    Per dimostrare ai pm di non avere più nulla da nascondere, l’ex tesoriere indica ai pm operazioni effettuate con denaro del Partito, sin qui non individuate dall’indagine. Prestiti infruttiferi e sin qui non restituiti. A suo dire, anche queste curiose "operazioni fiduciarie". "Ho prestato 100 mila euro a mio fratello Angelo, 120 mila a mio nipote Emanuele, circa 360 mila a Giovanna Meloni e Roberto Canulli (due amici ndr.), 130 mila a mio nipote Giovanni Tuteri".

    VIAGGI? MI SPETTAVA UN COMPENSO
    Lusi tuttavia sa bene di dover spiegare cose che con gli investimenti fiduciari davvero non hanno nulla a che fare. I viaggi, gli hotel, i ristoranti, nonché il denaro che dal conto di sua moglie, Giovanna Petricone (1 milione e 600 mila euro) e dalla "TTT" (273 mila euro)  arriva alla società canadese "Filor", che – ammette – "vengono impiegati per un mio investimento privato. La costruzione di una casa nel paese in cui è nata mia moglie".

    La mette così: "Le mie spese per viaggi stanno nel sistema di cui ho parlato. Quanto alle mie spese personali, alla fine del mio incarico di tesoriere avrei fatto un conto tra quanto avevo speso e quanto ritengo che il Partito mi avrebbe dovuto versare come spettanza". Un compenso "implicito". Ma concordato con chi? "Ritengo di non rispondere", dice.

    I FONDI DEL TERREMOTO
    C’è un ultimo capitolo di questa storia che i pm affrontano: 85 mila euro che Lusi raccoglie per i terremotati dell’Aquila. Che all’Aquila non sono mai arrivati e che si spostano da un conto di Lusi a quello del fratello Antonino (sindaco pd di Capistrello). "Mi ero sposato – spiega – e chiesi come regalo di nozze un contributo per i terremotati. Sono soldi che intendo dare al sindaco dell’Aquila Cialente, che ho incontrato nel dicembre scorso, per realizzare un parco dell’acqua. Sono stati depositati per un periodo sul conto di mio fratello per evitare che fossero oggetto di un’esecuzione da parte di Atac nei miei confronti".
     


  • Legge elettorale, Monti taceDi Pietro: "Prostituzione politica"

    Legge elettorale, Monti tace Di Pietro: "Prostituzione politica" Mario Monti (reuters)

    ROMA -  "No comment, non ho neanche letto i giornali". Mario Monti, da Tokyo, non commenta l’intesa dei partiti su legge elettorale e riforme.  In Italia, invece, la parola passa ai tecnici. Nella riunione degli sherpa di Pd, Pdl e Terzo Polo si è dato il via libera alla riforma costituzionale anticipata nei giorni scorsi, mentre per la nuova legge elettorale le posizioni sono molto più divise: è stato annunciato un nuovo incontro nei prossimi giorni.

    La polemica, però, resta alta. "E’ una truffa" che toglie ai cittadini il potere di scegliere – scrive sul suo blog il leader idv Antonio Di Pietro – dalla porcata di Calderoli e Berlusconi, stiamo passando alla vaccata di questa assurda maggioranza. Si preparano a truffare per l’ennesima volta i cittadini con una legge elettorale fatta apposta per permettergli di decidere e lasciare tutto il potere nelle mani della casta".

    "Con questa legge elettorale -  aggiunge l’ex pm – si dice al cittadino: ‘tu vota per me, vota per il mio programma, però dopo le elezioni quale governo, quale programma e quale coalizione ce lo scegliamo noi’. Ma perché il cittadino non deve sapere, prima di votare, qual è il programma, chi sarà il capo del governo e soprattutto quale sarà la coalizione? il giorno dopo il voto, i partiti adotteranno le soluzioni e faranno gli accordi che più gli convengono. E’ il mestiere più vecchio del mondo: quello della prostituzione politica". Critico anche il verde Angelo Bonelli: "A questo punto è necessaria una mobilitazione comune in difesa della democrazia e il diritto di scegliere dei cittadini".

    Voci critiche si levano anche nel Pd. In particolare dall’ala prodiana.  "E’ un imbroglio perché i sottoscrittori dell’accordo, quelli che sembrano voler camminare d’amore e d’accordo insieme non si rendono conto che stanno intraprendendo un viaggio all’indietro. I cittadini non ricordano il punto da cui eravamo partiti, ovvero una partitocrazia dove i capi facevano e disfacevano i governo ogni dieci mesi regalandoci quell’instabilità che diventata una caratteristica italiana e soprattutto quel debito pubblico che oggi stiamo cercando di sanare" attacca Artuto Parisi.

    Diversa la reazione di Avvenire, che saluta con favore l’intesa: "Comincia finalmente a organizzarsi anche il cantiere di quelle riforme (istituzionali ed elettorali) del ‘fare politica’ che non abbiamo mai smesso di auspicare e che gli italiani, sempre più delusi e tentati dalla contro-politica, si stanno ormai stancando di attendere" scrive il direttore del quotidiano cattolico Marco Tarquinio.


  • Riforma del lavoro, giustizia e Raile mosse del premier da Tokyo

    Riforma del lavoro, giustizia e Rai le mosse del premier da Tokyo Mario Monti con il premier giapponese Yoshihiko Noda (ansa)

    "IO VOGLIO unire, non dividere. Voglio trovare soluzioni che facciano avanzare il Paese, non creare problemi che spacchino partiti o parti sociali…". Mario Monti è appena rientrato dalla cena ufficiale con le autorità giapponesi, e al telefono con la squadra dei suoi collaboratori di Palazzo Chigi tiene il briefing di fine giornata. 

    Una giornata che ruota intorno a due "fusi" diversi. A Tokyo mancano pochi minuti alla mezzanotte. A Roma sono quasi le cinque del pomeriggio. In Giappone il presidente del Consiglio incassa l’ennesimo successo in termini di credibilità e prestigio internazionale. In Italia registra invece un ulteriore inasprimento dei rapporti politici con la sua non-maggioranza, e in particolare con il Pd.

    Per questo, sia pure a dodicimila chilometri di distanza, Monti ci tiene a raffreddare il clima. "Non ho mai inteso mancare di rispetto alle forze politiche – chiarisce con il suo ‘team’ – e sono io il primo a lavorare per cercare misure condivise. Anche sulla riforma del mercato del lavoro".

    Dopo l’evocazione del motto andreottiano sul "meglio tirare a campare che tirare le cuoia", ora la coalizione tripartita fibrilla per il nuovo avvertimento montiano che rimbalza dall’Asia: "Il governo ha il consenso, i partiti no". Benzina sul fuoco delle polemiche, in un momento in cui le fiamme sono già altissime per lo scontro sull’articolo 18. Il premier osserva: frasi estrapolate da ragionamenti più ampi, che non volevano "irridere nessuno".

    Monti sa bene che non può fare a meno del sostegno dei partiti. E come ha provato a spiegare a più riprese a tutti i suoi interlocutori, prima e durante questo viaggio asiatico, non vuole in alcun modo che nel Palazzo e nel Paese si generi la sensazione di una "asimmetria politica": con "un Pdl che supporta il governo, e un Pd che lo sopporta". Sarebbe inaccettabile. Ma è quello che rischia di succedere, se non si riporta il conflitto sui licenziamenti su un terreno di ragionevolezza.

    Non è facile. Per ragioni politiche: la svolta decisionista e post-concertativa voluta dal premier sull’articolo 18 ha creato una frattura oggettiva con il centrosinistra e con il sindacato. E poi anche per ragioni personali: si racconta che Monti sia rimasto "profondamente dispiaciuto" per le parole di Bersani, che mercoledì della scorsa settimana, dopo la prima rottura con le parti sociali, alla direzione del Pd ha detto "il presidente del Consiglio non ha mantenuto le promesse".

    Per un politico di professione sarebbe normale. Per il Professore non lo è affatto. "Si può non condividere una mia proposta, ma non si può dire che non mantengo la parola…", si è sfogato allora con i suoi collaboratori. Secondo la sua ricostruzione dei fatti, al vertice di maggioranza di venerdì 16 marzo, immortalato dalla famosa foto di gruppo trasmessa da Casini su Twitter, il premier aveva spiegato per filo e per segno la proposta sull’articolo 18, compresa la riscrittura della norma sui licenziamenti per motivi economici senza più la possibilità del reintegro.

    Comunque siano andate le cose, ora i "pontieri" di Palazzo Chigi e quelli di Largo del Nazareno (Dario Franceschini in testa) sono al lavoro per ricucire lo strappo. Monti ci tiene a lanciare segnali distensivi, e lo ripete al telefono da Tokyo ai suoi luogotenenti: "Sono convinto che il varo di questa riforma sia importante, nell’interesse dei lavoratori, dei giovani, dei precari, dei disoccupati. Confido nel senso di responsabilità di tutti". Ma perché il varo di questa riforma unisca e non divida coalizione e partiti, come il premier auspica, è necessario sciogliere il nodo della tutela prevista nei "licenziamenti oggettivi o economici".

    Il punto è delicatissimo. Monti al telefono mette a punto la "road map" delle prossime ore. Lo staff della Presidenza del Consiglio si riunirà oggi, insieme al ministro del Welfare Fornero e con gli uffici giuridici del Quirinale, per ragionare sulla stesura del testo del ddl. Lunedì sera, al rientro dall’Estremo Oriente, il premier troverà quel testo sulla sua scrivania, e deciderà il da farsi sul capitolo "Disciplina sulla flessibilità in uscita e tutele del lavoratore".

    Si devono vagliare rilevanti profili di costituzionalità, sui quali si stanno applicando i giuristi del Colle. Si possono esaminare graduazioni diverse nell’applicazione delle tutele tra vecchi e nuovi assunti, sulle quali sta facendo approfondimenti il ministro Fornero. Si possono studiare correttivi alla fase giurisdizionale, che nell’accertamento della natura dei licenziamenti impugnati potrebbero assegnare un ruolo diverso al giudice, sui quali si sta esercitando il Guardasigilli Severino.

    Una cosa è certa, e Monti lo ribadisce ai suoi anche da Oltre-Oceano: "Qui non c’è qualcuno che deve fare passi indietro, semmai tutti insieme dobbiamo fare un passo avanti". Il premier vuole evitare una "conta" in Parlamento sull’articolo 18, che spaccherebbe la maggioranza e i partiti che la compongono. Sarà il governo, pare di capire, a prendere un’iniziativa autonoma. Prima o all’avvio dell’iter parlamentare. Proprio per far sì che sulla riforma si arrivi a un via libera condiviso, almeno a livello politico.

    I rapporti di forza dentro la maggioranza devono essere salvaguardati. Una logica di vincitori e vinti sarebbe esiziale per la vita stessa dell’esecutivo. A dispetto delle apparenze, che riflettono il grande gelo tra Monti e Bersani, il capo del governo percepisce il beneficio di un Pd convinto e coeso alle sue spalle, e intuisce il maleficio di un Pdl che aspetta solo di potergli rinfacciare un "cedimento alla sinistra" sui licenziamenti, per imporgli un cedimento uguale e contrario sulle questioni che stanno più a cuore alla destra. Due su tutte: la giustizia e la Rai. Sono dossier velenosi, di cui Monti conosce la pericolosità. Anche per questo continua a monitorarli anche dall’altra parte del mondo.

    Sulla giustizia, dopo l’incidente della telefonata di Cicchitto e alla vigilia del vertice di domani tra la Severino e i tecnici del tripartito, il "mandato" è chiaro: non si accettano mercanteggiamenti, e se qualcuno pensa di bussare alla porta del governo per chiedergli di far suo l’emendamento Pd che abolisce la concussione e cancella i processi in corso (a partire da quello di Silvio Berlusconi sul caso Ruby per arrivare a quello di Filippo Penati sul caso Falck) ha sbagliato indirizzo.

    Sulla Rai i tempi sono più lunghi e se ne riparlerà dopo il primo turno delle amministrative, ma anche qui la linea è tracciata: il premier vaglierà i nomi del nuovo cda e sceglierà il nuovo direttore generale (resistendo alle pressioni di chi in queste ore punta a una riconferma di Lorenza Lei) in totale autonomia dalle segreterie di partito.

    Queste sono le "pratiche" che lo aspettano lunedì prossimo, al suo ritorno a Roma. Pratiche roventi che per un attimo, sabato scorso, avevano quasi convinto il premier a rinunciare al suo viaggio in Asia. Poi ha prevalso un altro ragionamento, con il quale Monti conclude il suo briefing telefonico: "Dopo Wall Street e la City, il Nikkei e soprattutto la Cina sono troppo importanti per riaffermare la credibilità dell’Italia e ristabilire la fiducia dei mercati".

    L’operazione sembra riuscita. L’America di Obama, che ha decretato a suo tempo la "liquidazione" per via finanziaria del governo Berlusconi (al quale non ha mai perdonato i rapporti con Putin e Gheddafi), ha già ricominciato a "comprare Italia", e ora pare ci sia addirittura una lista di multinazionali già pronte a investire da noi, in attesa di capire l’esito della partita sui licenziamenti.

    In Europa il premier ha giocato di sponda con le istituzioni comunitarie e con la Bce. Ha potuto contare su Mario Draghi, il cui ragionamento è stato chiarissimo: se aderite al "fiscal compact", per la Banca centrale è più facile lanciare il maxi-piano di rifinanziamento per le banche. E se passa questo, le banche italiane faranno provvista all’Eurotower all’1%, e con quei fondi potranno ricominciare a comprare Btp, accelerando la riduzione dello spread. È quello che è accaduto e sta accadendo. Ha potuto contare sul sostegno di Angela Merkel, presso la quale è interceduto personalmente Papa Ratzinger.

    Per completare l’operazione "Salva-Italia" all’estero mancava solo l’Asia. "E l’Asia sta rispondendo con entusiasmo", è l’ultimo messaggio che arriva da Tokyo, quando lì è quasi l’una di notte e in Italia sono le sei del pomeriggio. Anche grazie al lavoro di un "ambasciatore" che finora è rimasto dietro le quinte, ma che ha aiutato e sta aiutando Monti passo passo, nella prossima due giorni cinese: Romano Prodi, che a Pechino è più apprezzato e coccolato che a Roma. Che sia il destino dei Professori prestati alla politica? Tocca a Monti, da martedì prossimo, dimostrare il contrario.

    m.giannini@repubblica.it
     




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