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  • La manovra passa al Senato con 257 sìMonti: "Iniziata la fase due del governo"

    La manovra passa al Senato con 257 sì Monti: "Iniziata la fase due del governo" Mario Monti (reuters)

    ROMA - Il decreto "Salva Italia" è legge. L’Aula del Senato ha approvato la manovra economica, dopo che sul dl il governo aveva posto la fiducia. I voti favorevoli sono stati 257, quelli contrari 41, nessun astenuto. Il decreto è stato approvato senza modifiche rispetto a quello varato dalla Camera.

    IL TESTO DELLA MANOVRA

    A favore hanno votato Pdl, Pd, Terzo polo, Coesione nazionale e Mpa. Contrari Idv, Lega nord, Svp e Uv. Lo scorso 17 novembre il governo Monti alla sua prima fiducia, ottenne 281 sì e 25 no. A favore votarono tutti i gruppi parlamentari tranne quello della Lega nord, composto appunto da 25 senatori.

    Monti, "Lieto che sia legge". Poco prima della fine delle operazioni di voto al Senato sulla manovra economica è risuonato per la chiama anche il nome del presidente del Consiglio Mario Monti. Il quale, come il senatore a vita, ha pronunciato il suo "sì" sotto i banchi della presidenza del Senato, alla manovra su cui il governo aveva posto la fiducia. "Mi pare di capire che il decreto legge è definitivamente approvato. Ne sono lieto", ha detto il premier, subito dopo il via libera del Senato alla manovra. E in merito all’attività futura del governo, Monti ha detto: "La fase due è già cominciata, era dentro la fase uno. Adesso verrà sviluppata a grande velocità", ha annunciato: "Resta da fare un lavoro enorme per liberare l’economia italiana dai freni, opera che il governo realizzerà in parte, con l’aiuto del Parlamento".

    VIDEO "Fase due già inizata"

    Il discorso al Senato. Le prossime mosse dell’esecutivo erano state in parte anticipate dallo stesso Monti durante il suo intervento in Aula: "Occorre passare a una fase organica di riforme di cui abbiamo già messo semi, come ad per esempio in tema liberalizzazioni", ha detto il presidente del Consiglio. "Voglio affermare che il governo lavorerà con attenzione su tutti i suggerimenti, anche provenienti da studi autorevoli", afferma il premier. Quindi, "liberalizzazioni, ma anche agevolazioni fiscali a famiglie e imprese".

    VIDEO L’intervento del premier

    Monti ha detto che il compito del governo è "prepare un’Italia migliore per i nostri figli e credere nelle loro capacità di renderla ancora migliore", e sottolineato l’importanza dei partiti per l’esecutivo tecnico: "L’appoggio che questo governo sta ricevendo è molto più grande di quello che i partiti lasciano credere o dichiarano", e si è quindi detto disponibile, accettando l’invito di Silvio Berlusconi, a consultazioni "anche in anticipo" sui provvedimenti del Governo.

    Prioritario per Monti il ritorno alla crescita. Così il premier: "Per superare la crisi è essenziale la credibilità del sistema Paese ed è essenziale che la nostra economia torni a crescere. I sacrifici" chiesti sono significativi, ma molto inferiori a quelli che avremmo dovuto sopportare senza questa azione di risanamento. Ed è anche "Essenziale che gli italiani sottoscrivano Bot e Btp e che tutti guardino con fiducia ai nostri titoli, le cui rendite sono oggi elevatissime. Occorre che abbiamo fiducia in noi stessi”.

    In tema di lavoro, Monti ha sottolineato che il confronto con parti sociali è in agenda.  "Per un tema che sarà chiave come quello del mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali, sarà necessario e possibile procedere con uno stile di rapporti con le parti sociali, diverso da quello avuto in questa prima fase. Rispetto a pensioni e fiscalità, infatti, questo è un tema che richiede per sua natura il dialogo con le parti sociali. Avremo una agenda strutturata di incontri", ha detto il presidente del Consiglio.

    24 voti in meno. Il Governo Monti ha ottenuto al Senato 24 voti di fiducia in meno rispetto al 17 novembre scorso. I senatori dell’Idv sono 12, quelli di Svp e Union Valdotaine 4. I senatori assenti sono stati 23 contro i 15 della votazione di novembre. Il coordinatore regionale del Pdl lombardo Mario Mantovani non ha votato nè il 17 novembre nè oggi.

    Berlusconi: "Sì al male minore". L’ex premier Silvio Berlusconi ha commentato il voto di oggi definendolo "il male minore", a cui il Pdl ha detto sì. Berlusconi ha anche aggiunto che "Il governo dovrà concordare tutte misure con maggioranza". E parlando del centrodestra in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha detto: "Sarebbe masochismo non arrivare ad una alleanza con la Lega dentro il centrodestra alle prossime elezioni".

    Finocchiaro: "Italia torna in Europa". "Questa è una manovra che consente Di far andare l’italia a testa alta in europa, perchè dimostra quanto interesse, rigore e lealtà l’italia stia mettendo per raggiungere obiettivi indispensabili per aiutare se stessa e l’europa a superare la crisi". Lo afferma Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato conversando con i giornalisti a palazzo Madama.
    "Monti ha detto che in questa manovra è stato riequilibrato il carico ed è vero", prosegue Finocchiaro, "Peraltro io rivendico anche che l’operazione di riequilibrio, che ha portato all’introduzione di varie forme di tassazione delle rendite e dei patrimoni, è stata fatta anche grazie all’incalzare del Partito Democratico, con proposte avanzate già durante il governo Berlusconi e ovviamente mai ascoltate".
    "C’è davanti a noi – sottolinea la presidente dei senatori del Pd – un grande cammino ancora da fare su due questioni cruciali, che sono quelle sulle quali abbiamo insistito nel confronto sulla manovra: il lavoro e la crescita. Su queste due questioni anche il presidente Monti si è impegnato e penso che avremo un confronto preliminare e poi un esame dei testi, che ci terrà occupati nei prossimi mesi. Si tratta di due questioni fondamentali per l’Italia, perchè il nostro paese si rimetta in piedi, attraversi la crisi e approdi a una situazione di serenità, sviluppo e tranquillità sociale".

    Gasparri: "Pdl coeso". Dopo il voto di fiducia, la prima voce del Popolo della libertà è quella di Maurizio Gasparri: "Sono grato ai senatori del Pdl che pressochè all’unanimità hanno partecipato alla votazione esprimendo il loro sì alla fiducia sulla manovra economica. Ciò è avvenuto nonostante, come ho sottolineato anche nel mio intervento, il provvedimento, accanto a misure che per molti aspetti condividiamo, sia caratterizzato da scelte che noi avremmo fatto in modo diverso", dice il senatore
    "L’importante è aver dimostrato ancora una volta", ha aggiunto Gasparri "l’alto grado di coesione Pdl al Senato, un punto di forza per l’azione di rafforzamento del nostro partito non solo in Parlamento ma su tutto il territorio nazionale".

    Idv: "Squilibrata e depressiva". Durante le operazioni di voto, il capogruppo dell’Italia dei valori Felice Belisario ha motivato così il "no" del suo partito. "l’Idv ha contrastato la manovra non per il gusto della popolarità ma perchè non da equilibrio sui concetti di equità, rigore e crescita. La manovra è squilibrata e depressiva, ci sono elementi di iniquità e si fa il solletico ai capitali scudati". Belisario ha concluso: "E’ una manovra che non ci piace, non vediamo provvedimenti seri, non è più possibile girare intorno ai problemi, noi vogliamo che i sacrifici li facciano tutti".

    Calderoli: "Orgogliosi della censura".  Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie della Lega, affida il suo commento sulla giornata a una nota: "Noi senatori leghisti siamo orgogliosi della censura che ci è stata comminata, perché continuiamo a ritenere illegittimo questo governo e illegittima la maggioranza che lo sostiene e a considerare il tutto come un colpo di stato". "Tra l’altro", prosegue Calderoli, "faccio notare che avevamo annunciato l’intenzione di ritirare quasi tutti i nostri emendamenti tranne dieci, ritiro che avrebbe favorito un’accelerazione dei lavori, invece con la solita arroganza hanno voluto chiedere la fiducia, non per velocizzare i lavori, quanto per coprire i sempre più palesi dissidi di una maggioranza che ormai scricchiola sempre di più".

     


  • Tedesco, nuova richiesta di arrestoe Gasparri polemizza con Latorre

    Tedesco, nuova richiesta di arresto e Gasparri polemizza con Latorre  

    ROMA – Una nuova richiesta di arresti domiciliari nei confronti del senatore Alberto Tedesco, ex Pd ora iscritto al gruppo misto, è arrivata alla giunta delle immunità parlamentari al Senato.
    La richiesta è stata presentata il 19 dicembre scorso, ed arriva dalla terza sezione penale del tribunale di Bari. Gli atti riguardano l’inchiesta sulla malasanità in Puglia, in relazione alla quale l’aula di palazzo Madama aveva già respinto una prima richiesta di arresti. La questione dovrebbe essere affrontata dalla giunta a gennaio, dopo le festività.
    Alla ripresa post-natalizia è in calendario, peraltro, anche il voto della giunta per le autorizzazioni alla Camera su Nicola Cosentino e subito dopo, il 12 gennaio, dell’aula di Montecitorio sulla decisione della giunta. I magistrati chiedono l’arresto del deputato del Pdl.

    Gasparri, la polemica.
    Alla vicenda del senatore Alberto Tedesco ha fatto riferimento il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri, nel suo intervento in aula sulla manovra. Polemizzando con il vicecapogruppo Nicola Latorre, l’esponente del Pdl ha detto: "se non volessi votare la fiducia a questo governo, cosa che invece farò, potrei intrattenere il pugliese senatore Latorre sulla nuova richiesta di arresto nei confronti di Tedesco. Ma non lo farò, perchè siamo qui a occuparci dei problemi dell’Italia e non facciamo speculazione politica con spirito ottuso e poco saggio".


  • Napolitano sulla manovra"Gran prova dal Parlamento"

    Napolitano sulla manovra "Gran prova dal Parlamento" Giorgio Napolitano (ansa)

    ASSISI – "Il Parlamento ha dato una grande prova nel seguire la discussione sulla manovra e nel coronarla con l’approvazione": Giorgio Napolitano commenta così il voto di ieri alla Camera sulla manovra economica, che si appresta a ricevere il via libera definitivo dal Senato entro Natale. E non alimenta la polemica sui numeri in calo per il premier e alle assenze in aula dei deputati: "Non so come siano andate le cose dal punto di vista delle assenze e delle presenze", risponde ai giornalisti all’uscita dalla Basilica Superiore di Assisi, dove ha assistito alla registrazione del XXVI Concerto di Natale. L’approvazione è certamente un passo importante, chiarisce il capo dello Stato. E sulla crisi ricorda: "Dobbiamo aggrapparci a noi stessi, dobbiamo avere fiducia in noi stessi".

    Mario Monti ieri ha incassato la fiducia con meno voti rispetto al suo insediamento, ma secondo Francesco Rutelli il governo non "perde forza", ma "paradossalmente ne acquista perché adesso c’è un elemento di chiarezza". Per il leader dell’Api, "è inevitabile che ci siano quelli che, non essendo convinti, dicano la verità: molto meglio di un sostegno ipocrita è il fatto che coloro che condividono questo cammino si riuniscano attorno a Monti e al suo governo".

    Riguardo ai fantasmi del voto anticipato, PierFerdinando Casini è molto duro: "Solo un pazzo e un
    irresponsabile può pensare che le dimissioni del governo o nuove elezioni siano la soluzione per il Paese", dice il leader centrista. "Sosteniamo Monti ben consapevoli dei sacrifici che sono stati chiesti all’Italia – ha aggiunto – Ma l’alternativa è la rovina per tutti. L’Italia e i risparmi delle famiglie italiane sono sull’orlo del baratro".

    Dalla Cgil, il giudizio sulla manovra è ancora negativo. "Non rinunciamo ad immaginare di cambiarla in senso antirecessivo", dice Susanna Camusso, ricordando lo sciopero del pubblico impiego di lunedì 19, con presidi nelle piazze e di fronte a Montecitorio. "La Confindustria ha manifestato un atteggiamento molto positivo nei confronti di questa manovra – spiega il segretario generale della Cgil – mentre gli operai e la classe media la vivono come molto penalizzante specie nella parte della riforma delle pensioni. La previdenza non è strumento di welfare e di garanzia per questo governo".

    La manovra "sembra sia stata fatta da mio zio che non capisce niente di economia", le fa eco Raffaele Bonanni. "L’Italia è davvero molto preoccupata di quello che succede. E’ iniqua ed è contro i lavoratori dipendenti e i pensionati. La gente si rende conto che bisogna fare sacrifici ma le tasse colpiscono sempre gli stessi", dice il segretario della Cisl, annunciando che la mancanza di concertazione da parte del governo non verrà più tollerata. "Se no la riforma sul lavoro la fanno da soli e noi protesteremo".

    L‘Italia dei Valori, invece, si concentra sull’asta per le frequenze tv. "Il governo si è impegnato a mettere all’asta le frequenze televisive, invece di regalarle a Rai e Mediaset", scrive Antonio Di Pietro sul suo blog, chiedendo che la promessa sia mantenuta. "Se vogliono fare l’asta sul serio e non solo farsi belli a parole, perché non varano un provvedimento e mettono la fiducia come hanno fatto con i pensionati, invece di essere forti con i deboli e deboli con in forti? Di solito, nel Parlamento italiano il modo migliore per non fare un cosa è impegnarsi a farla e promettere che la si farà appena possibile, cioè mai".

     


  • Bagnasco: "Ici, polemica senza fondamentoPronti a chiarimenti su punti della legge"

    Bagnasco: "Ici, polemica senza fondamento Pronti a chiarimenti su punti della legge" Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco (ansa)

    ROMA – La polemica sull’esenzione dell’Ici agli immobili della chiesa cattolica è "senza fondamento" perché basta guardare i dati pubblicati dal quotidiano Avvenire in questi giorni per capire che c’è "massima trasparenza". Così il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, rimanda al mittente le critiche sul "trattamento di favore" per il Vaticano.

    Il cardinale si è poi detto disponibile a ”chiarire, a fare alcune precisazioni laddove nella formulazione di qualche punto della legge” che stabilisce esenzioni Ici per gli enti no profit, ”queste precisazioni si rivelino necessarie”. Quanto all’Ordine del giorno della Pdl Gabriella Giammanco sull’Ici agli immobili che ha avuto il parere favorevole del governo, "la cosa non ci preoccupa per niente", ha aggiunto.

    E sui fondi destinati alla Chiesa con l’otto per mille, Bagnasco sottolinea che "certamente non esiste una ‘cresta’ dei vescovi, perché tutto ciò che non è destinato al sostentamento del clero va alla carità in italia e all’estero. E a opere di solidarietà che la Chiesa fa da sempre, a opere pastorali, agli oratori, alla manutenzione delle chiese e tutto ciò è trasparente e rendicontato sul nostro sito internet".

    Il cardinale Bagnasco è intervenuto, inoltre, a chiarire alcune osservazioni circolate sugli stipendi del clero. "I nostri stipendi – ha detto – sono all’incirca di 1.300 euro per i vescovi e di 800 euro per un sacerdote. E anche se qualcuno di autorevole dice che sono troppo modesti, per noi sono più che sufficienti e ringraziamo il Signore per poterli dare".

    La religione oggi è scarsamente considerata.
    Il presidente della Cei, in un intervento al seminario delle associazioni cattoliche Retinopera, ha anche parlato di fede: "La religione sembra essere scarsamente considerata dalla coscienza moderna". 

    Bagnasco ha criticato "la foga con cui si tende a confondere l’assenza di costrizioni e il comportarsi secondo i dettami della coscienza" e "a sovrapporre l’interesse politico, in sé non negativo se sorvegliato e tenuto nei giusti confini, con la  spiegazione dell’esigenza generale".

    Per Bagnasco, i cattolici devono dunque impegnarsi "anzitutto a tenere vivo nella cultura e nel costume odierni il concetto vero di coscienza definita dal Concilio vaticano. "Sperimentare la coscienza", per Bagnasco significa "imparare a scegliere sempre il bene concreto, tenendo presente che il bene dell’uomo coincide con la sua strutturale apertura al futuro".

     


  • Per Passera nessuna nuova manovra"Frequenze tv gratis? Intollerabile"

    Per Passera nessuna nuova manovra "Frequenze tv gratis? Intollerabile" Corrado Passera (a destra) nello studio di Fazio 

    ROMA – "Non c’è nessuna altra manovra in arrivo. Abbiamo messo l’Italia al sicuro. C’è stato il piano di salvataggio per bloccare l’impatto del ‘Grecia due’, adesso tutti i pezzi del paese devono muoversi, giustizia, istruzione, sviluppo, tutti insieme". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Corrado Passera a margine della registrazione di ‘Che tempo che fa‘ dopo che l’ex ministro Giulio Tremonti aveva ipotizzato la necessità di nuove misure.  Durante l’intervento televisivo, il ministro spiega che il governo dovrà "fare ancora tante cose". "Certo ci sarà bisogno di nuove risorse", ammette "però occorrerà trovare le risorse, per tutto questo, con altre leve". A questo proposito, cita "la riduzione dell’evasione fiscale e dei costi dello Stato, un utilizzo migliore dei fondi europei e di quelli confiscati alla criminalità organizzata, oltre alla mobilitazione degli investimenti di capitale privato".

    VIDEO: CORRADO PASSERA OSPITE DA FAZIO

    Conflitto di interessi. Riguardo alle accuse di essere portatore di un conflitto di interessi, Passera annuncia l’intenzione di vendere le azioni di Intesa Sanpaolo (di cui è stato amministratore delegato), per risolvere la questione del conflitto di interesse "che – secondo lui – non c’è". Comunque "le vendiamo e basta. E’ una disgrazia, è sbagliato, ma così ci togliamo il dubbio".

    Liberalizzazioni. Capitolo liberalizzazioni (mancate): "Mi sono preso un’arrabbiatura pazzesca, ma non finisce qua, ha detto il ministro. "Innanzitutto – ha affermato – nel decreto ci sono cose clamorose positive e fortissime, poi ci sono ancora un paio di cose non ancora andate dentro: il caso farmacisti  è emblematico ma è stato un grande peccato anche per loro. Ci torniamo".

    Frequenze tv
    . Poi tocca all’assegnazione delle frequenze tv. Con il governo che si è impegnato a dare vita ad un’asta e ad abbandonare il ‘beauty contest’. "Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo".  Il ministro non ha risposto chiaramente circa l’intenzione di fare un’asta: "Può essere una cosa un po’ diversa, dobbiamo trovare nuovi modi".

    Evasione fiscale. Passera, inoltre, ha assicurato che il governo si impegnerà "senza pace" nella lotta all’evasione fiscale. "L’impegno nostro, non dovendo rendere conto a nessuno, sarà senza pace. Dobbiamo recuperare 120 miliardi, veramente rubati agli altri e recuperare dall’evasione fiscale consentirà di fare investimenti sulla crescita e renderà più equo tutto".

    Durata governo. Le cose da fare sono molte, ma il ministro rassicura sulla durata del governo. "Prevarrà la saggezza e prevarrà il buonsenso di utilizzare un’occasione un po’ straordinaria di un governo in cui tutti insieme si lavora per fare le cose che sono necessarie per il Paese e quindi il tempo fino alla fine della legislatura ci sarà".

    Fiat. Passera parla anche di Fiat e sottolinea l’importanza che, "come altri operatori, continui ad investire in Italia" in un momento in cui il nostro Paese "non è attrattivo". Ed ha definito come una "bella cosa", "da aprire il cuore" l’inaugurazione dell’altro giorno allo stabilimento di Pomigliano d’Arco.

    Una battuta anche sulle parole di Diego Della Valle contro l’ad di Fs Moretti, definite dal ministro "inaccettabili e non condivisibili".

    "In politica? Vedremo". Infine un accenno al futuro personale: "Non so se sono capace, non so se imparerò in tempi rapidi. Occuparsi del bene comune, però, è il più bello dei lavori: vedremo".


  • L’aristocrazia democraticatra limiti e virtù

    L'aristocrazia democratica tra limiti e virtù Mario Monti (ansa)

    QUESTA manovra non piace agli italiani, ma la fiducia nel governo  -  e soprattutto nel premier – resta ancora alta. È ciò che emerge dai sondaggi condotti dai principali istituti demoscopici in questa fase. La manovra appare poco equa, per non dire iniqua, alla maggioranza della popolazione.

    Nell’insieme ma anche nel dettaglio: considerando i singoli provvedimenti. Soprattutto quelli che riguardano le pensioni, l’aumento dell’Iva e l’Irpef. Nel complesso: troppe tasse e pochi interventi che favoriscano la crescita. Le liberalizzazioni, la patrimoniale; anche gli interventi sui costi della politica e dei politici: rinviati a un secondo momento. Con il dubbio che il rinvio divenga permanente. Come altre volte  -  troppe volte  -  è già successo, in passato.

    Nonostante tutto, però, la fiducia nel "governo dei tecnici", fra i cittadini, è ancora molto elevata. Intorno al 50%, se si rilevano solo i giudizi più positivi (come fa l’Ispo di Mannheimer). Superiore al 60% se si calcolano anche le valutazioni comunque "sufficienti" (secondo le stime dell’Ipsos di Pagnoncelli). La fiducia "personale" nei confronti del presidente del Consiglio, peraltro, risulta ancora superiore, di quasi 10 punti percentuali. Certo: rispetto ai giorni della fiducia al governo l’indice di soddisfazione è sceso. Ma il sentimento sociale, allora, era condizionato dal timore  -  per certi versi, dal panico  -  suscitato dai mercati. Dall’impotenza dimostrata dal governo Berlusconi, che ne avevano accentuato ulteriormente l’impopolarità. Ora le paure persistono. E, in aggiunta, è stata varata una manovra "costosa", sul piano sociale. Discutibile e discussa. Accolta dalle proteste del sindacato. Dall’opposizione della Lega e dell’Idv. Sostenuta dal Pd e ancor più dal Pdl con molte riserve. Senza che la credibilità del governo e di Monti sia stata compromessa. Anzi.

    Provo a indicare alcuni motivi di questo contrasto.

    1. C’è, anzitutto, la percezione del "male necessario". La manovra non piace, ma i mercati  -  meglio: i Mercati  -  e i governi europei più influenti (Bce compresa) la chiedono. Anzi, la esigono. Va inghiottita come una medicina amara. Poi, prevale fra i cittadini il sentimento del "sacrificio finalizzato". Come negli anni Novanta, quando gli italiani pagarono, senza lamentarsi troppo, finanziarie onerosissime. Per non essere esclusi dalla Ue. Per entrare nell’Unione monetaria. Amato e Ciampi, "responsabili" di quelle manovre, non vennero sfiduciati dai cittadini. Perché erano ritenuti "credibili". Come Monti e i suoi "tecnici", oggi.

    2. È questo il secondo motivo. La "credibilità" riconosciuta a persone ritenute in grado di mettere gli interessi del Paese davanti ai propri e a quelli di partito. In grado, anche per questo, di riqualificare l’immagine dell’Italia  -  e degli italiani  -  in Europa (e non solo). Deteriorata fino alla caricatura dall’esperienza precedente.

    3. La "credibilità" dei tecnici al governo è enfatizzata dal confronto con i soliti noti. Quelli che governavano prima. Quelli che stanno in Parlamento. I "politici". Mai tanto impopolari come oggi. Il clima antipolitico che pervade il nostro tempo ha agito, cioè, da fattore favorevole per il governo Monti. Gli stessi limiti delle scelte effettuate da questo governo, le marce indietro, i compromessi: vengono imputati ai "politici". Ai partiti e alle lobbies, che legano le mani ai professori. Le resistenze del Parlamento nei confronti del taglio dei vitalizi sono interpretate come un’ulteriore conferma del paradigma antipolitico. Hanno fatto della "casta" il capro espiatorio ideale della frustrazione sociale. Così, mentre la fiducia nel governo resta molto alta, la credibilità dei partiti è scesa ulteriormente. Ai minimi storici. Le stime elettorali, non a caso, premiano ancora il Pd, ritenuto il partito più "coerente" con l’esperienza del governo. Ma registrano anche la tenuta della Lega e dell’Idv: collettori del malumore sociale. A cui sarebbe difficile, però, affidare la missione "costruttiva" di guidare il Paese.

    4. Il dibattito parlamentare sulla manovra ha allargato il contrasto fra tecnici e politici, agli occhi dei cittadini. L’immagine del ministro Giarda che legge la dichiarazione del governo, basito e attonito, di fronte a un Parlamento ridotto a una bolgia dalla plateale protesta leghista, è emblematica. Come la replica, pedante e puntigliosa, di Monti. Indisponibile a sentirsi definire "disperato". E impotente, come chi lo ha preceduto. Questione di stile. Ma anche di sostanza. In tempi dominati dalla "politica pop", dove per anni – e da anni – i politici hanno inseguito gli umori sociali, riproducendone vizi e debolezze, in modo iperbolico. Il governo "tecnico" appare, invece, un’icona della "normalità". Dove governano persone grigie (anche quando vanno in tivù). Ma competenti. Più di noi. (Altrimenti perché ci dovrebbero governare?).

    Da ciò il paradosso di un governo che, per ora, non paga il prezzo "politico" delle sue scelte "politiche". Perché non sono considerate "politiche". Ma "tecniche". E dunque: ineluttabili. Semmai, condizionate dai "politici". Un governo "premiato" dalla differenza rispetto agli uomini politici e di governo del passato recente. Reclutati in base alla fedeltà. Titolari, agli occhi dei cittadini, di privilegi immeritati. (Se non sono migliori di noi, perché mai dovrebbero godere di trattamenti particolari?)

    Naturalmente, questo "stato di emergenza" non può durare all’infinito. Questo governo, composto da tecnici, non potrà "scaricare" a lungo sul Parlamento e sui partiti l’insoddisfazione sociale sollevata dalle conseguenze della crisi. Né la frustrazione prodotta dalle politiche economiche e fiscali. Inoltre, difficilmente potrà promuovere interventi a favore della crescita e delle liberalizzazioni, senza il sostegno del Parlamento e dei partiti. Particolarmente sensibili agli interessi e alle pressioni di categorie sociali grandi ma anche piccole. Per la stessa ragione, gli riuscirà difficile realizzare, se non riforme istituzionali, almeno quella elettorale. Necessaria per restituire ai cittadini un maggiore controllo sugli eletti. Questa sorta di "aristocrazia democratica". Non può durare all’infinito. Ma può servire. Non solo ad affrontare l’emergenza economica. Ma a restituire fiducia e dignità alle istituzioni. A rivalutare la competenza, i comportamenti, la credibilità, lo stile come virtù democratiche. E non come meri accessori "tecnici". Di secondaria importanza per la politica e il governo. 


  • Comincia dopodomanila manovra del dragone

    Comincia dopodomani la manovra del dragone Il premier Mario Monti (ansa)

    SIAMO in recessione, lo dicono tutti, le proiezioni dei centri-studi, le Autorità economiche internazionali, i governi, i mercati. Lo dice l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, ricchi e poveri, occupati e disoccupati.
     
    Il reddito in Europa non cresce, le esportazioni languono e languono investimenti, consumi, ricostituzione delle scorte. Il rigore è necessario ma altrettanto lo è la crescita.

    Il governo promette che entro gennaio varerà provvedimenti importanti di crescita, affidati soprattutto alle liberalizzazioni; in parte sono già stati varati nel decreto approvato dalla Camera l’altro ieri; quelli sulle farmacie, sulle aste delle frequenze televisive, sugli ordini professionali, lo saranno entro un mese. Così si è impegnato a fare l’ex commissario europeo alla concorrenza Mario Monti, che merita d’esser creduto e merita un appoggio senza riserve dai partiti che lo sostengono; ma i risultati d’una più attiva concorrenza cominceranno a manifestarsi non prima d’un anno e saranno a regime tra due o tre.

    Che cosa accadrà nel frattempo? Lasceremo che la recessione si trasformi in depressione? "Ah, padron, siam tutti morti" canta Leporello quando appare il Commendatore a fare le sue vendette su Don Giovanni. E questo ha detto Monti alla Camera mentre infuriavano i lazzi della Lega e le scriteriate rampogne di Di Pietro: senza il rigore saremmo già saltati in aria, ma senza un rilancio della crescita con effetti rapidi saremo morti egualmente tra poche settimane.
    comincia dopodomani la manovra del dragone.

    Questo è il punto sul quale occorre ora concentrarsi. Scrissi la settimana scorsa che ero ottimista e tuttora lo sono. A patto che l’eterogenea maggioranza parlamentare faccia fino in fondo il suo dovere e sostenga il governo collaborando ad affinare i suoi interventi e non invocando elezioni anticipate. Berlusconi prevede elezioni generali a maggio e Bossi borbotta lo stesso vaticinio. Significa che staccheranno la spina a marzo? Nel pieno della stagione di scadenza d’una mole enorme di titoli pubblici e di obbligazioni bancarie in Italia e in tutta Europa? Una strategia di questo genere porterebbe dritti all’uscita dell’Italia dall’euro e c’è perfino qualcuno che pensa d’un ritorno alla lira come ad una panacea perché "la lira si può svalutare". Ma sono matti?

    * * *

    In Europa c’è una crisi finanziaria e una crisi dell’economia reale. La prima ha il suo nocciolo nel blocco del circuito bancario, la seconda nella caduta della domanda di consumi e di investimenti. L’una influisce sull’altra e i mercati registrano e influiscono a loro volta e questo è il gomitolo che occorre dipanare.

    Capita spesso che sia i cosiddetti esperti sia la pubblica opinione non vedano quale sia il filo che serve a dipanare il gomitolo o vedano un filo sbagliato che invece di dipanarlo lo arruffa ancora di più. L’ottimismo di cui ho detto prima mi viene dal fatto che l’unica istituzione europea indipendente, cioè la Banca centrale guidata da Mario Draghi, ha individuato il filo giusto da tirare ed ha già predisposto le misure per effettuare la manovra necessaria. Ne ho scritto più volte nelle scorse settimane, ora ci siamo, quella manovra avrà inizio martedì prossimo 20 dicembre quando le banche dell’eurozona chiederanno alla Bce e alle Banche centrali dei rispettivi Paesi prestiti per cifre illimitate della durata di 36 mesi, eventualmente rinnovabili per quelle banche che avranno corrisposto alle aspettative della Bce, la quale ha messo a disposizione un plafond che può arrivare complessivamente fino al tetto di duemila miliardi.

    Le banche dovranno offrire equivalenti garanzie che la Bce ha indicato in tre possibili "collaterali": titoli dei debiti sovrani al loro valore di rating, obbligazioni emesse dalle banche che chiedono i prestiti, crediti cartolarizzati dalle medesime banche nei confronti della loro clientela. Il tasso per questa gigantesca operazione è fissato all’1 per cento.

    La Bce si aspetta i seguenti risultati: lo sblocco del credito interbancario, la ripresa in grande stile del credito alle imprese, l’ampia presenza delle banche alle aste dei debiti sovrani in scadenza i cui titoli hanno rendimenti oscillanti – per quanto riguarda l’Italia – tra il 6,50 dei decennali e il 5 per cento dei biennali. Il differenziale a favore delle banche tra il costo del risconto (1 per cento) e il rendimento alle aste è tale che le banche avranno tutto l’interesse ad acquistare quei titoli provocando in tal modo una costante diminuzione dei rendimenti che equivale ad una rivalutazione dei titoli del debito sovrano e ad una diminuzione dello "spread".

    Ho già notato domenica scorsa che la maggior parte dei "media" ha quasi sottaciuto le dimensioni e l’importanza di quanto sta per accadere; la Bce dal canto suo ha mantenuto un basso profilo, probabilmente per non attizzare le critiche di quei Paesi che sono ossessionati dall’idea di dover aiutare Paesi "scialacquatori". Ma la Bce con questa manovra sta perfettamente nei limiti del suo statuto: non finanzia gli Stati ma sblocca il "credit-crunch" del sistema bancario europeo e modera l’impennarsi degli "spread". I mercati se ne sono già accorti: le emissioni di titoli a breve scadenza – da sei mesi fino a due anni – hanno già da una settimana rendimenti in diminuzione; i decennali non registrano ancora benefici e la ragione è evidente: scontano i rischi della recessione che i titoli a breve non considerano o considerano meno. I decennali cioè aspettano di vedere quali saranno gli effetti dello sblocco del credito sull’economia reale.

    Segnalo un altro obiettivo della manovra di Francoforte: sblocca anche la segmentazione nazionalistica del mercato dei titoli pubblici. Rispetto al 2007 le banche dei paesi del nord-Europa hanno diminuito del 44 per cento i titoli pubblici del sud-Europa che avevano largamente acquistato, stimando che il rischio di averli in portafoglio era divenuto eccessivo.

    L’operazione che la Bce metterà in atto tra tre giorni può indurre le banche tedesche, olandesi, austriache, francesi, a tranquillizzarsi per quanto riguarda i titoli italiani e spagnoli che hanno ancora in portafoglio e probabilmente a riprenderne l’acquisto, visto che possono usarli come graditi collaterali per accedere ai prestiti della Bce; un risultato molto importante per "europeizzare" la segmentazione del mercato dei debiti sovrani.

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    Lo sblocco del credito e l’eventuale discesa degli "spread" e dei tassi di rendimento costituiscono obiettivi necessari anche se non sufficienti al rilancio della domanda di consumi e di investimenti. Per rendere positivamente influente questo risultato preliminare occorre utilizzare le diseguaglianze come da tempo suggerisce Stiglitz ed altri autorevoli economisti. Utilizzare le disuguaglianze, che sono estremamente aumentate negli ultimi dieci anni in Italia ma anche in Europa e in America, significa tentare di farle diminuire tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud ma anche all’interno delle regioni ricche, non meno diseguali di quelle povere.

    Il ministro dello Sviluppo e quello della Coesione territoriale, Passera e Barca, sono gli attori principali di questa strategia che dev’essere messa in campo mobilitando in parte risorse esistenti (lo hanno già fatto sbloccando tre miliardi e mezzo già accantonati ma non utilizzati dal precedente governo e destinati a finanziare infrastrutture in ferrovie, porti, scuole, carceri), ma in gran parte cercandone di nuove. Non si rilancia la crescita a costo zero, salvo le liberalizzazioni che operano a tempo medio-lungo.

    Il governo ha avviato la mappatura della "spending review", cioè dei tagli di spesa mirati nei settori dei trasferimenti. Una parte di questi tagli è già contenuta nel decreto e riguarda la sanità. Un’altra fonte, verrà (a tempo medio-lungo) dalla riforma della giurisdizione civile e dall’accorpamento delle strutture giudiziarie inutilmente disseminate sul territorio. Un altro analogo accorpamento riguarda i piccoli Comuni. Ma il grosso concerne l’acquisto di beni e servizi della pubblica amministrazione e la selva dei trasferimenti a sostegno di categorie di imprese, privi di utilità, veri e propri sprechi e regalie elettoralistiche.

    Ci sono varie stime su questi possibili tagli di spesa, la più prudente delle quali fissa intorno ai 10-15 miliardi l’ammontare di questi risparmi. In attesa d’una mappatura più attenta e più estesa – che va avviata subito – un taglio limitato agli sprechi più evidenti che frutti nel 2012 la cifra di 10 miliardi sarebbe un passo avanti notevole. Senza dubbio un’altra fonte dovrebbe venire dalla lotta all’evasione che però non si può limitare al tetto del contante spendibile fissato a mille euro. Vincenzo Visco prese provvedimenti molto efficaci a questo proposito e sarebbe oltremodo opportuno che Monti e il suo viceministro del Tesoro, Grilli, lo consultassero e lo imitassero. L’evasione e i tagli alle spese di spreco potrebbero fornire le risorse necessarie a finanziare due obiettivi: il rilancio della domanda e i provvedimenti per rinnovare il welfare con l’occhio ai giovani e ai precari.
    I partiti collaborino e sostengano senza se e senza ma perché questo governo non ha alternative.

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    Non ha alternative per questa legislatura ma, in quanto governo istituzionale, non ha a mio avviso neppure alternative per il futuro nel senso che, al di là dell’emergenza che lo ha reso necessario, la sua nascita corrisponde ai principi e alla normativa prescritta dalla Costituzione, soverchiata per mezzo secolo dalla partitocrazia.

    Questo avevo scritto in precedenti articoli e questo mi è stato rimproverato, con molto garbo, in un articolo di fondo sul Corriere della Sera, di domenica scorsa da Galli della Loggia che vede un errore grave in ciò che avevo scritto sulla natura istituzionale dei governi e sui poteri del Capo dello Stato a questo riguardo.

    Della Loggia si è rammaricato che i costituzionalisti non siano finora intervenuti in proposito lasciando il dibattito nelle mani dei giornalisti. Ma ora molti costituzionalisti di notevole prestigio hanno detto la loro: Gustavo Zagrebelsky su questo giornale il giorno stesso in cui della Loggia scriveva la rampogna a me diretta e quindi senza ancora averlo letto; più tardi Capotosti, Onida, De Siervo.

    Tutti senza eccezione hanno ritenuto infondati i rilievi mossi dall’editorialista del Corriere nei confronti di Napolitano (e diretti a me che ne sostenevo l’assoluta correttezza costituzionale).

    Alcuni di loro tuttavia (e De Siervo in particolare) hanno criticato anche me; la titolarità esclusiva del presidente della Repubblica nella nomina del presidente del Consiglio ignorando i partiti, sarebbe giustificata dall’emergenza ma non lo sarebbe quando si tornasse alla normalità.

    Che senso ha questo distinguo? Con tutto il rispetto: nessun senso. Se la procedura di Napolitano è riconosciuta corretta è perché conforme alla Costituzione laddove attribuisce in via esclusiva al capo dello Stato la "nomina del presidente del Consiglio e su sua proposta dei ministri".

    I partiti, secondo l’articolo 49, "concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Cioè – come spiegano i lavori della Costituente – raccolgono il consenso popolare e determinano l’indirizzo politico attraverso i membri del Parlamento che aderiscono a quei partiti. Il governo deve avere la fiducia del Parlamento per nascere e sussistere; il Capo dello Stato, quando nomina il presidente del Consiglio, dovrà dunque preventivamente esser consapevole che la sua scelta dev’essere soddisfacente per la maggioranza parlamentare e quindi interpellerà i gruppi parlamentari per conoscere quale sia il loro "indirizzo politico" il loro programma di legislatura, ricavandone l’identikit del nuovo "premier".

    Lo sceglierà lui e il prescelto gli farà le sue proposte in un rapporto fiduciario che passa tra capo dello Stato  -  presidente del Consiglio-ministri.

    Questo percorso esclude le famigerate "delegazioni" dei partiti all’interno del governo e impedisce che la partitocrazia deformi gli stessi partiti e la democrazia parlamentare.

    Queste sono le procedure corrette, non lo dico io ma lo dice la Costituzione. Si può obiettare che i partiti di maggioranza definiranno "governo amico" e non "loro governo" quello così formato. E’ probabile, ma questo sarebbe un ottimo risultato. I governi hanno una maggioranza di riferimento ma sono indipendenti in quanto istituzione così come la maggioranza parlamentare è autonoma nelle sue determinazioni se non altro perché ha il compito di legiferare ma anche di controllare, insieme all’opposizione, il governo e la pubblica amministrazione.
    Governo amico: va benissimo così.


  • La Cgil risponde al ministro Fornero"Sì confronto ma non toccare art. 18"

    La Cgil risponde al ministro Fornero "Sì confronto ma non toccare art. 18" Susanna Camusso (ansa)

    ROMA – Sì al confronto ma "se tutte le volte si parla dell’articolo 18 non è un merito condivisibile". Così la Cgil risponde al ministro Fornero, dopo l’invito al confronto lanciato dalla titolare del Welfare. L’articolo 18, taglia corto il segretario confederale Fulvio Fammoni, "era l’ossessione del precedente ministro del Lavoro che ha impedito qualsiasi vera riforma". 

    Elsa Fornero ha annunciato in un’intervista al Corriere della Sera la riforma del mercato del lavoro a cui il governo sta lavorando e che verrà presto presentata: basta contratti precari ma basta anche con il tabù dell’articolo 18, di cui bisogna almeno discutere, scandisce il ministro del Welfare. "Io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto", dice il ministro.

    Parole che ricevono immediato sostegno dal Terzo polo, ma anche dal Pdl. Più cauto invece il Pd che lancia un altolà proprio sulla norma dello statuto dei lavoratori che tutela dai licenziamenti. E’ critico anche il leader di Idv, Antonio Di Pietro.

    Ma è dalla Cgil che arriva una risposta particolarmente dura. "E’ evidente che non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare all’articolo 18 che consideriamo una norma di assoluta modernità mentre invece vorremmo discutere davvero e non per slogan di lotta alla precarietà", dice Fammoni, che nella Cgil ha la delega sul mercato del lavoro.

    Oggi, aggiunge Fammoni, il governo "potrebbe e dovrebbe fare una cosa utile ed urgente: discutere di riforma degli ammortizzatori sociali, estendendo la tutela a tutti quelli che ne sono privi, e soprattutto parlare di interventi urgenti per il 2012, anno in cui la recessione farà perdere altre centinaia di migliaia di posti di Lavoro, altro che libertà di licenziamento".

    E su Twitter e Facebook vengono rilanciati i commenti che trapelano dal quarto piano del sindacato di Corso Italia, freddo anche sul tema del contratto unico. "Fornero cominci col ridurre le 46 forme di precariato esistenti", si legge. E’ ora "di aiutare le assunzioni non i licenziamenti". E ancora: "ministro Fornero l’articolo 18 sta in un capitolo dello Statuto intitolato della libertà sindacale". E "ci si domanda in Cgil: ma cosa pensa la Fornero dell’articolo 8" della manovra su agosto "noto come "licenziamenti facili", che deroga le leggi?". La recessione porta disoccupazione, specie per giovani e donne, continuano i commenti attribuiti alla dirigenza di Corso Italia. "Davvero facilitare i licenziamenti aiuta ad assumere? Suvvia Fornero".

     


  • Sì alle intercettazioni per RomanoGiunta Montecitorio autorizza l’uso

    Sì alle intercettazioni per Romano Giunta Montecitorio autorizza l'uso L’ex ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano 

    ROMA - Con il voto favorevole della Lega, la Giunta per le autorizzazioni a Montecitorio ha dato via libera all’uso delle intercettazioni dell’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, coinvolto in un’indagine di mafia. La posizione del Carroccio è il primo tangibile segnale, in Parlamento, della rottura con Berlusconi e il Pdl. A favore hanno votato anche il Pd (con l’eccezione del radicale Maurizio Turco), e l’Idv. Il Pdl ha votato per respingere la richiesta del gip di Palermo, Pier Giorgio Morosini, mentre l’Udc si è astenuta. Cambiato il relatore: al posto di Roberto Cassinelli (Pdl) è stata nominata Marilena Samperi, capogruppo del Pd in Giunta.

    Il Terzo Polo, insomma, si è spaccato sul via libera all’uso delle intercettazioni per l’ex ministro. "Il Pdl è stato battuto e con la votazione di stamani, le prerogative dei parlamentari non sono più un privilegio da usare acriticamente e aprioristicamente. Non si capiva il motivo del divieto dell’uso di una fonte probatoria che può essere utilizzata dallo stesso ex ministro per la sua difesa", ha detto Samperi.

    "L’uscita di Berlusconi dalla stanza dei bottoni ha affrancato la Lega che, finora, aveva fatto blocco consentendo la peggior prassi di salvataggio della casta inquisita e di leggi ad personam", ha affermato in una nota il deputato Idv Federico Palomba, componente della Giunta per le autorizzazioni.

    Secondo un’agenzia di stampa poi smentita, la Giunta aveva anche detto sì all’autorizzazione all’arresto dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino respingendo la proposta di segno opposto del relatore. La Giunta per le autorizzazioni della Camera ascolterà con tutta probabilità, domani in audizione, il deputato Pdl, accusato dai pm campani di concorso esterno in associazione camorristica.

    Ma già oggi, il relatore del caso, Maurizio Paniz, ha concluso il suo intervento sostenendo che non deve essere autorizzata l’esecuzione della misura cautelare. Secondo il parlamentare Pdl, fra l’altro, "non viene indicata una sola esigenza cautelare specifica per l’esecuzione della così grave misura cautelare richiesta, che viene perciò prospettata solo in modo presuntivo, ferma la rilevante distanza di tempo dai fatti e la impossibile ripetitività della condotta". A favore della richiesta della magistratura si è schierata anche l’Udc. Il voto della Giunta è invece previsto per la prossima settimana. "Penso che finiremo la prossima settimana, programmeremo le sedute in modo da raggiungere questo obiettivo", ha detto infatti il presidente della Giunta, Pierluigi Castagnetti.


  • Monti: "In Europa ora siamo più credibili"Lega contesta, Schifani sospende seduta

    Monti: "In Europa ora siamo più credibili" Lega contesta, Schifani sospende seduta Il presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Monti 

    ROMA - Domani sarà posta alla Camera la fiducia sul testo uscito dalla Commissione. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Se questo timing verrà rispettato, venerdì alle 9 ci saranno le dichiarazioni di voto; dalle 10 alle 12 inizierà la chiama; al termine l’esame degli ordini del giorno. Si andrà quindi alle dichiarazioni di voto sul complesso a partire dalle 18.30. Alle 19.30 si prevede il voto finale. Dichiarazioni e voto finale saranno in diretta tv.

    Oggi è stata però una giornata campale in Senato. Con la dura contestazione dei leghisti al premier Mario Monti. Poco dopo l’inizio della seduta a Palazzo Madama – in cui il presidente del Consiglio doveva riferire del vertice Ue dell’8 e 9 dicembre scorsi – il presidente Schifani ha dovuto sospendere i lavori a causa delle ripetute interruzioni partite dai banchi leghisti che hanno esposto cartelli contro la manovra (‘Basta tasse’, ‘Giù le mani dalle pensioni’ e ‘La manovra è una rapina’) (FOTO).

    "E’ una sceneggiata mortificante per il Parlamento", ha detto Schifani prima di interrompere la seduta mentre Monti guardava i banchi dell’opposizione in silenzio marmoreo. "E’ un pessimo segnale che diamo al Paese", ha aggiunto Schifani senza tuttavia ottenere l’ordine.

    Durante il discorso di Monti, la senatrice leghista Angela Maraventano, ha cominciato a gridare: "Parlaci piuttosto delle pensioni!". Il presidente del Senato, Renato Schifani si è rivolto direttamente al capogruppo leghista, Federico Bricolo: "Proprio lei  – ha sbottato Schifani – che è capogruppo. Mi stupisco che lei faccia così. Senatore Bricolo non si faccia richiamare". Ma non c’è stato niente da fare. La Lega ha continuato a disturbare e a nulla sono valse le parole di Schifani.

    I VIDEO: 
    Le contestazioni
    / Schifani infuriato / Monti: "Pronti a Tobin tax"
    Le misure: rendite, pensioni, caseIl dossier
    LA DIRETTA

    "Se vi interessa continuo – ha detto Monti – scusatemi se valorizzo il Parlamento". Un lungo applauso gli ha permesso di continuare solo per qualche altro minuto. "Il Parlamento ha un ruolo centrale per l’azione dell’esecutivo e il futuro del nostro Paese", aveva detto Monti aprendo il suo intervento sul Consiglio Europeo.

    "E’ punto di raccordo e di sintesi tra istanze nazionali e prospettive europee, con un ruolo diventa ancor più cruciale". Poi un richiamo alla manovra: "Oggi prendo la parola a poco più di una settimana dai provvedimenti urgenti di politica economica adottati dal governo il 4 dicembre. Questa scansione temporale mostra quanto sia stretta in questa fase la dimensione nazionale e europea".

    Il risultato del Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre insomma "non è stato per ora all’altezza delle nostre aspettative ma è stato abbastanza significativo", in particolare sul tema degli Eurobond che verrà inserito nel rapporto che Van Rompuy, Barroso e Juncker presenteranno entro il 31 marzo, e sul rafforzamento dell’operatività del fondo salva-Stati. Il premierha riassunto così in senato l’esito dell’ultimo consiglio Ue.

    In particolare, sugli Eurobond ha spiegato che "nelle conclusioni del Consiglio europeo non troverete la parola Eurobond, neppure nella versione ‘stability bond’ proposta da commissione Ue, ma tuttavia segnalo due finestre aperte verso questo tema che sarà nostra cura coltivare già nel breve periodo. Una è la previsione di un meccanismo, la reciproca informazione ex ante sui programmi delle emissioni dei vari Paesi, che è presupposto di una emissione in comune dei titoli del debito pubblico. L’altra è che le conclusioni del Consiglio Ue prevedono la presentazione entro marzo da parte di Van Rompuy, Barroso e Juncker di un rapporto sui modi in cui approfondire l’unione fiscale. Si è deciso di non far figurare il riferimento agli Eurobond ma nel rapporto di marzo sarà discusso e presentato il tema".

    Quanto al fondo salva-Stati, si va "verso il rafforzamento" della sua operatività, "sia con il potenziamento delle sue risorse sia affidando alla Bce il compito di operare come agente del fondo nella collocazione dei suoi titoli". Inoltre "viene accelerata l’entrata in funzione del meccanismo europeo di stabilità" che sarà in vigore "con l’adesione di paesi che rappresentano almeno il 90% degli impieghi finanziari". Un dettaglio che "può sembrare solo tecnico", ma che significa che non ci sarà possibilità di veto da parte di piccoli paesi e "si potrà procedere più speditamente".

    Tornata la calma in aula al Senato e ripreso il suo discorso, Monti ha annunciato di voler cogliere il monito dei cartelli esposti dalla Lega (basta tasse) per annunciare l’apertura dell’Italia, in sede europea, alla tassa sulle transazioni finanziarie, dicendo che "non sarà la strada per arrivare al ‘basta tasse’ del monito rivoltomi, ma a nessuno, o almeno a nessuno tra quanti ascoltano, che questo è uno dei modi per poter realizzare il ‘meno tasse’ su famiglie e imprese". "In sede europea – ha infatti spiegato il premier – uno dei modi per arrivare, se non a ‘basta tasse’, perché sarà impossibile, a ‘meno tasse’ su chi produce e sulle famiglie è anche quello di avere una fiscalità estesa anche al mondo della finanza e della grande finanza.

    Mi richiamo al monito ‘meno tasse’ – ha quindi aggiunto Monti – dicendo che in sede europea si è sottolineato che un modo per avere meno tasse su imprese e famiglie è anche quello di non considerare al di là di ogni ipotesi la tassazione sulle grandi operazioni finanziarie. Volevo segnalare – ha detto Monti – che ho notificato in sede europea che l’Italia è disposta a cambiare la propria posizione: l’Italia, e in particolare il passato governo, ha tenuto una posizione contraria all’ipotesi della tassazione sulle transazioni finanziarie, la Tobin tax. L’Italia – ha quindi annunciato Monti – è pronta a riconsiderare questa posizione e a unirsi a quelli che vorrebbero, sul piano almeno europeo, un’adeguata tassazione sulle transazioni finanziarie".
     
    Altre contestazioni della Lega si sono avute poi anche alla Camera quando il parlamentare del Terzo polo Compagnon è intervenuto per chiedere "la sospensione dei lavori e andare rapidamente all’approvazione del decreto". Una proposta contro cui si è scagliato il capogruppo leghista Marco Reguzzoni: "E’ una vergogna – ha gridato – Questa richiesta è insultante per la dignità del parlamento. Noi abbiamo subito e subiamo questo governo e abbiamo subito e subiremo questa manovra, ma non potete togliere alla lega il diritto di dissentire e criticare nelle aule parlamentari dove noi siamo stati eletti e voi siete stati catapultati".



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