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  • La paura di perdere

    La paura di perdere Alfano, Bersani e Casini (ansa)

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    • Legge elettorale LA PAURA di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l’architrave su cui poggia l’accordo trovato ieri dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo "tecnico". Sull’idea che nessuna forza politica  -  a cominciare da Pdl, Pd e Udc  -  sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. Tutti sperano di tenersi le mani libere e ognuno punta a limitare i danni. Lasciando aperta la porta ad ogni soluzione per il dopo-voto. L’intesa preparata da Alfano, Bersani e Casini è soprattutto il frutto di una convergenza di interessi.

      E lo dimostra l’idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza. Di fronte ad una instabilità, tipica degli ordinamenti e dei sistemi politici transitori, i tre principali partiti si adattano alla "corsa solitaria" e mirano a rimettere tutti ai nastri di partenza nella previsione che nessuno potrà vincere da solo. Proprio come accadde nel 1946 con la legge elettorale per l’Assemblea Costituente e nel 1948 per la prima tornata parlamentare dopo la caduta del fascismo e l’entrata in vigore della Costituzione.

      Una convergenza di interessi che consente al Pdl di limitare la probabile  -  almeno al momento  -  sconfitta senza precludere la possibilità di ricomporre l’alleanza con la Lega dopo il voto. Nella consapevolezza, peraltro, di non avere un candidato premier sufficientemente forte e autorevole.

      Al Pd di mettere definitivamente in soffitta la cosiddetta "foto di Vasto" e l’alleanza con Vendola e Di Pietro. Bersani spera così di contare sulla chance di presentarsi per la presidenza del consiglio senza dover trattare con nessuno la sua premiership e predisponendo un patto successivo con il Centro di Casini.

      I centristi, invece, non saranno obbligati ad una scelta di campo preventiva, potranno confidare nel ruolo di ago della bilancia che i sondaggi gli assegnano sempre più e di coltivare il progetto di mantenere Mario Monti a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura (l’indicazione del premier non è prevista in Costituzione e quindi non sarà obbligatorio rispettare le designazioni dei partiti). Senza dimenticare che subito dopo il voto, le Camere dovranno eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica e nel gioco delle trattative chi  -  come il Terzo Polo  -  sarà determinante negli equilibri parlamentari potrà avere più carte da spendere nella corsa al Quirinale.

      Insomma, tutti potranno fare la campagna elettorale in solitaria senza compromettere nulla. Perché tutto si gioca solo a urne chiuse. Anche l’eventuale riproposizione di una Grande Coalizione. E chi sa se anche per questo ieri Monti ha fatto sapere ai tre leader di aver apprezzato il buon esito del vertice.

      Ma il patto tra Alfano Bersani e Casini, deve superare due scogli che possono compromettere il loro delicato equilibrio: la riforma del lavoro e la giustizia. Il premier sa che il disegno di legge della Fornero rischia un’interminabile Odissea in Parlamento senza una mediazione con il Pd. E anche dentro il suo esecutivo, alcuni autorevoli ministri gli hanno fatto sapere che è indispensabile sanare il rapporto con il Pd e con la Cgil.

      Rispolverando il modello tedesco e il principio del reintegro troppo rapidamente archiviato. Mentre sul capitolo giustizia resta vagante la mina attivata da Silvio Berlusconi. Che ad ogni occasione reclama una precisa garanzia per il suo futuro. Questioni che il Professore dovrà affrontare al ritorno dal suo viaggio in Estremo Oriente.

       


  • L’ultima verità di Luigi Lusi"Alcuni nella Margherita sapevano"

    L'ultima verità di Luigi Lusi "Alcuni nella Margherita sapevano" Luigi Lusi 

    ROMA - Cosa ha raccontato esattamente Luigi Lusi al procuratore capo Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Alberto Caperna, al pm Stefano Pesci? Quali parole ha usato, quali circostanze ha indicato che interpellano l’ex vertice della Margherita?

    "FIDUCIARIO PER CONTO DEL PARTITO"
     Sostiene a verbale il senatore di non essere "il predone" di 25 milioni di euro. Di "aver operato come tesoriere della Margherita per creare una serie di posizioni finanziarie e immobiliari di carattere fiduciario". "Non rubavo", dice. "Investivo" per conto del Partito, utilizzando le società "Luigia ltd." e "TTT srl.".

    Ed "era inteso", aggiunge, che "quando la Margherita avesse esaurito la sua liquidità di cassa, le ville con tenuta di Genzano e Ariccia, l’immobile in via Monserrato acquistati con i soldi del Partito sarebbero stati dismessi e liquidati a vantaggio e nell’interesse della Margherita".

    Prova ne sia, aggiunge, la decisione (formalizzata ieri dal suo avvocato Luca Petrucci) di cedere alla Margherita le quote della Luigi ltd., la sua cassaforte immobiliare. "Fiduciari", a suo dire anche i "prestiti infruttiferi e in contanti" (mai restituiti) per oltre 500 mila euro al fratello Angelo, ai nipoti, ad alcuni amici, così come "le spese di ristrutturazione per gli immobili di Capistrello". Mentre, del tutto ignari, e dunque "innocenti", sarebbero sua moglie Giovanna Petricone, suo genero, i suoi nipoti Emanuele e Micol.

    "ALCUNI SAPEVANO"
    Quanto alla consapevolezza dei vertici della Margherita della sua "attività fiduciaria", racconta: "Dopo il 2007, quando il Partito confluì nel Pd, si pose il problema di assicurare un futuro ai rimborsi elettorali, ingenti, destinati in futuro alla Margherita. Per gli immobili, nessuno mi conferì un mandato specifico. Mi fu detto in generale di investire la liquidità nei migliori modi possibili. Per altro, dell’acquisto degli immobili alcuni sapevano, ma preferisco non farne i nomi, perché so bene che nessuno confermerebbe quanto dico".

    Del resto, a suo dire, il vertice della Margherita, a cominciare da Rutelli, aveva fiducia in lui perché "garante" di un "patto" sull’uso delle risorse destinate alla politica, stretto sempre nel 2007. "C’era un accordo, di cui ero considerato garante, per la ripartizione dei fondi e delle spese tra Popolari e rutelliani. Il 60% ai primi. Il 40% ai secondi. I Popolari sapevano bene come le risorse erano distribuite tra di loro. Lo sapeva anche Rutelli. Mentre i Popolari non sapevano quanto aveva Rutelli. Bocci e Rutelli erano attenti alle rispettive spese. Forse, tra le due correnti, Rutelli ha avuto qualcosa in più, perché con lui eravamo in sodalizio politico da sempre ed era comunque il Presidente".

    "NON SO COME ABBIANO SPESO I SOLDI"
    Il "Patto", il "garante", "gli investimenti fiduciari". E’ una difesa che tutto vuole riportare alla dimensione "politica" dell’affare. Spaghetti al caviale e convegni. Ville, viaggi e uso delle risorse di un Partito. I pm, scettici e a tratti increduli, sollecitano l’ex tesoriere. "Qualcuno, nella Margherita" ha utilizzato le risorse del Partito per usi diversi dalla politica? "Non lo so", risponde Lusi. "Quando si sarebbero dovuti vendere gli immobili di Genzano, Ariccia, Monserrato?". "Presto, perché la liquidità del Partito si stava esaurendo". "Era davvero così conveniente investire in immobili, pagandoci anche 5 milioni di tasse?". "Si. Se oggi rivendessimo gli immobili otterremmo una cifra superiore".

    ANNOTAZIONI E ASSEGNI
    Lusi dice di non avere prove del "patto", né del mandato "fiduciario". La sua parola, insomma, contro quella degli ex compagni di strada. Sugli assegni con beneficiario in bianco, tratti dal conto del Partito (parte dei quali utilizzati per comprare la villa di Ariccia) fa fede la sua memoria. Sulla ripartizione delle risorse della Margherita, spiega, "dal 2009 ho annotato quanto distribuivo proprio per garantire che l’accordo fosse rispettato". Quanto poi alla contabilità opaca, "Non la posso negare. Ma l’opacità non era una mia esigenza. E’ propria di tutti i partiti ed era necessaria a mascherare le operazioni fiduciarie".

    I PRESTITI
    Per dimostrare ai pm di non avere più nulla da nascondere, l’ex tesoriere indica ai pm operazioni effettuate con denaro del Partito, sin qui non individuate dall’indagine. Prestiti infruttiferi e sin qui non restituiti. A suo dire, anche queste curiose "operazioni fiduciarie". "Ho prestato 100 mila euro a mio fratello Angelo, 120 mila a mio nipote Emanuele, circa 360 mila a Giovanna Meloni e Roberto Canulli (due amici ndr.), 130 mila a mio nipote Giovanni Tuteri".

    VIAGGI? MI SPETTAVA UN COMPENSO
    Lusi tuttavia sa bene di dover spiegare cose che con gli investimenti fiduciari davvero non hanno nulla a che fare. I viaggi, gli hotel, i ristoranti, nonché il denaro che dal conto di sua moglie, Giovanna Petricone (1 milione e 600 mila euro) e dalla "TTT" (273 mila euro)  arriva alla società canadese "Filor", che – ammette – "vengono impiegati per un mio investimento privato. La costruzione di una casa nel paese in cui è nata mia moglie".

    La mette così: "Le mie spese per viaggi stanno nel sistema di cui ho parlato. Quanto alle mie spese personali, alla fine del mio incarico di tesoriere avrei fatto un conto tra quanto avevo speso e quanto ritengo che il Partito mi avrebbe dovuto versare come spettanza". Un compenso "implicito". Ma concordato con chi? "Ritengo di non rispondere", dice.

    I FONDI DEL TERREMOTO
    C’è un ultimo capitolo di questa storia che i pm affrontano: 85 mila euro che Lusi raccoglie per i terremotati dell’Aquila. Che all’Aquila non sono mai arrivati e che si spostano da un conto di Lusi a quello del fratello Antonino (sindaco pd di Capistrello). "Mi ero sposato – spiega – e chiesi come regalo di nozze un contributo per i terremotati. Sono soldi che intendo dare al sindaco dell’Aquila Cialente, che ho incontrato nel dicembre scorso, per realizzare un parco dell’acqua. Sono stati depositati per un periodo sul conto di mio fratello per evitare che fossero oggetto di un’esecuzione da parte di Atac nei miei confronti".
     


  • Legge elettorale, Monti taceDi Pietro: "Prostituzione politica"

    Legge elettorale, Monti tace Di Pietro: "Prostituzione politica" Mario Monti (reuters)

    ROMA -  "No comment, non ho neanche letto i giornali". Mario Monti, da Tokyo, non commenta l’intesa dei partiti su legge elettorale e riforme.  In Italia, invece, la parola passa ai tecnici. Nella riunione degli sherpa di Pd, Pdl e Terzo Polo si è dato il via libera alla riforma costituzionale anticipata nei giorni scorsi, mentre per la nuova legge elettorale le posizioni sono molto più divise: è stato annunciato un nuovo incontro nei prossimi giorni.

    La polemica, però, resta alta. "E’ una truffa" che toglie ai cittadini il potere di scegliere – scrive sul suo blog il leader idv Antonio Di Pietro – dalla porcata di Calderoli e Berlusconi, stiamo passando alla vaccata di questa assurda maggioranza. Si preparano a truffare per l’ennesima volta i cittadini con una legge elettorale fatta apposta per permettergli di decidere e lasciare tutto il potere nelle mani della casta".

    "Con questa legge elettorale -  aggiunge l’ex pm – si dice al cittadino: ‘tu vota per me, vota per il mio programma, però dopo le elezioni quale governo, quale programma e quale coalizione ce lo scegliamo noi’. Ma perché il cittadino non deve sapere, prima di votare, qual è il programma, chi sarà il capo del governo e soprattutto quale sarà la coalizione? il giorno dopo il voto, i partiti adotteranno le soluzioni e faranno gli accordi che più gli convengono. E’ il mestiere più vecchio del mondo: quello della prostituzione politica". Critico anche il verde Angelo Bonelli: "A questo punto è necessaria una mobilitazione comune in difesa della democrazia e il diritto di scegliere dei cittadini".

    Voci critiche si levano anche nel Pd. In particolare dall’ala prodiana.  "E’ un imbroglio perché i sottoscrittori dell’accordo, quelli che sembrano voler camminare d’amore e d’accordo insieme non si rendono conto che stanno intraprendendo un viaggio all’indietro. I cittadini non ricordano il punto da cui eravamo partiti, ovvero una partitocrazia dove i capi facevano e disfacevano i governo ogni dieci mesi regalandoci quell’instabilità che diventata una caratteristica italiana e soprattutto quel debito pubblico che oggi stiamo cercando di sanare" attacca Artuto Parisi.

    Diversa la reazione di Avvenire, che saluta con favore l’intesa: "Comincia finalmente a organizzarsi anche il cantiere di quelle riforme (istituzionali ed elettorali) del ‘fare politica’ che non abbiamo mai smesso di auspicare e che gli italiani, sempre più delusi e tentati dalla contro-politica, si stanno ormai stancando di attendere" scrive il direttore del quotidiano cattolico Marco Tarquinio.


  • Riforma del lavoro, giustizia e Raile mosse del premier da Tokyo

    Riforma del lavoro, giustizia e Rai le mosse del premier da Tokyo Mario Monti con il premier giapponese Yoshihiko Noda (ansa)

    "IO VOGLIO unire, non dividere. Voglio trovare soluzioni che facciano avanzare il Paese, non creare problemi che spacchino partiti o parti sociali…". Mario Monti è appena rientrato dalla cena ufficiale con le autorità giapponesi, e al telefono con la squadra dei suoi collaboratori di Palazzo Chigi tiene il briefing di fine giornata. 

    Una giornata che ruota intorno a due "fusi" diversi. A Tokyo mancano pochi minuti alla mezzanotte. A Roma sono quasi le cinque del pomeriggio. In Giappone il presidente del Consiglio incassa l’ennesimo successo in termini di credibilità e prestigio internazionale. In Italia registra invece un ulteriore inasprimento dei rapporti politici con la sua non-maggioranza, e in particolare con il Pd.

    Per questo, sia pure a dodicimila chilometri di distanza, Monti ci tiene a raffreddare il clima. "Non ho mai inteso mancare di rispetto alle forze politiche – chiarisce con il suo ‘team’ – e sono io il primo a lavorare per cercare misure condivise. Anche sulla riforma del mercato del lavoro".

    Dopo l’evocazione del motto andreottiano sul "meglio tirare a campare che tirare le cuoia", ora la coalizione tripartita fibrilla per il nuovo avvertimento montiano che rimbalza dall’Asia: "Il governo ha il consenso, i partiti no". Benzina sul fuoco delle polemiche, in un momento in cui le fiamme sono già altissime per lo scontro sull’articolo 18. Il premier osserva: frasi estrapolate da ragionamenti più ampi, che non volevano "irridere nessuno".

    Monti sa bene che non può fare a meno del sostegno dei partiti. E come ha provato a spiegare a più riprese a tutti i suoi interlocutori, prima e durante questo viaggio asiatico, non vuole in alcun modo che nel Palazzo e nel Paese si generi la sensazione di una "asimmetria politica": con "un Pdl che supporta il governo, e un Pd che lo sopporta". Sarebbe inaccettabile. Ma è quello che rischia di succedere, se non si riporta il conflitto sui licenziamenti su un terreno di ragionevolezza.

    Non è facile. Per ragioni politiche: la svolta decisionista e post-concertativa voluta dal premier sull’articolo 18 ha creato una frattura oggettiva con il centrosinistra e con il sindacato. E poi anche per ragioni personali: si racconta che Monti sia rimasto "profondamente dispiaciuto" per le parole di Bersani, che mercoledì della scorsa settimana, dopo la prima rottura con le parti sociali, alla direzione del Pd ha detto "il presidente del Consiglio non ha mantenuto le promesse".

    Per un politico di professione sarebbe normale. Per il Professore non lo è affatto. "Si può non condividere una mia proposta, ma non si può dire che non mantengo la parola…", si è sfogato allora con i suoi collaboratori. Secondo la sua ricostruzione dei fatti, al vertice di maggioranza di venerdì 16 marzo, immortalato dalla famosa foto di gruppo trasmessa da Casini su Twitter, il premier aveva spiegato per filo e per segno la proposta sull’articolo 18, compresa la riscrittura della norma sui licenziamenti per motivi economici senza più la possibilità del reintegro.

    Comunque siano andate le cose, ora i "pontieri" di Palazzo Chigi e quelli di Largo del Nazareno (Dario Franceschini in testa) sono al lavoro per ricucire lo strappo. Monti ci tiene a lanciare segnali distensivi, e lo ripete al telefono da Tokyo ai suoi luogotenenti: "Sono convinto che il varo di questa riforma sia importante, nell’interesse dei lavoratori, dei giovani, dei precari, dei disoccupati. Confido nel senso di responsabilità di tutti". Ma perché il varo di questa riforma unisca e non divida coalizione e partiti, come il premier auspica, è necessario sciogliere il nodo della tutela prevista nei "licenziamenti oggettivi o economici".

    Il punto è delicatissimo. Monti al telefono mette a punto la "road map" delle prossime ore. Lo staff della Presidenza del Consiglio si riunirà oggi, insieme al ministro del Welfare Fornero e con gli uffici giuridici del Quirinale, per ragionare sulla stesura del testo del ddl. Lunedì sera, al rientro dall’Estremo Oriente, il premier troverà quel testo sulla sua scrivania, e deciderà il da farsi sul capitolo "Disciplina sulla flessibilità in uscita e tutele del lavoratore".

    Si devono vagliare rilevanti profili di costituzionalità, sui quali si stanno applicando i giuristi del Colle. Si possono esaminare graduazioni diverse nell’applicazione delle tutele tra vecchi e nuovi assunti, sulle quali sta facendo approfondimenti il ministro Fornero. Si possono studiare correttivi alla fase giurisdizionale, che nell’accertamento della natura dei licenziamenti impugnati potrebbero assegnare un ruolo diverso al giudice, sui quali si sta esercitando il Guardasigilli Severino.

    Una cosa è certa, e Monti lo ribadisce ai suoi anche da Oltre-Oceano: "Qui non c’è qualcuno che deve fare passi indietro, semmai tutti insieme dobbiamo fare un passo avanti". Il premier vuole evitare una "conta" in Parlamento sull’articolo 18, che spaccherebbe la maggioranza e i partiti che la compongono. Sarà il governo, pare di capire, a prendere un’iniziativa autonoma. Prima o all’avvio dell’iter parlamentare. Proprio per far sì che sulla riforma si arrivi a un via libera condiviso, almeno a livello politico.

    I rapporti di forza dentro la maggioranza devono essere salvaguardati. Una logica di vincitori e vinti sarebbe esiziale per la vita stessa dell’esecutivo. A dispetto delle apparenze, che riflettono il grande gelo tra Monti e Bersani, il capo del governo percepisce il beneficio di un Pd convinto e coeso alle sue spalle, e intuisce il maleficio di un Pdl che aspetta solo di potergli rinfacciare un "cedimento alla sinistra" sui licenziamenti, per imporgli un cedimento uguale e contrario sulle questioni che stanno più a cuore alla destra. Due su tutte: la giustizia e la Rai. Sono dossier velenosi, di cui Monti conosce la pericolosità. Anche per questo continua a monitorarli anche dall’altra parte del mondo.

    Sulla giustizia, dopo l’incidente della telefonata di Cicchitto e alla vigilia del vertice di domani tra la Severino e i tecnici del tripartito, il "mandato" è chiaro: non si accettano mercanteggiamenti, e se qualcuno pensa di bussare alla porta del governo per chiedergli di far suo l’emendamento Pd che abolisce la concussione e cancella i processi in corso (a partire da quello di Silvio Berlusconi sul caso Ruby per arrivare a quello di Filippo Penati sul caso Falck) ha sbagliato indirizzo.

    Sulla Rai i tempi sono più lunghi e se ne riparlerà dopo il primo turno delle amministrative, ma anche qui la linea è tracciata: il premier vaglierà i nomi del nuovo cda e sceglierà il nuovo direttore generale (resistendo alle pressioni di chi in queste ore punta a una riconferma di Lorenza Lei) in totale autonomia dalle segreterie di partito.

    Queste sono le "pratiche" che lo aspettano lunedì prossimo, al suo ritorno a Roma. Pratiche roventi che per un attimo, sabato scorso, avevano quasi convinto il premier a rinunciare al suo viaggio in Asia. Poi ha prevalso un altro ragionamento, con il quale Monti conclude il suo briefing telefonico: "Dopo Wall Street e la City, il Nikkei e soprattutto la Cina sono troppo importanti per riaffermare la credibilità dell’Italia e ristabilire la fiducia dei mercati".

    L’operazione sembra riuscita. L’America di Obama, che ha decretato a suo tempo la "liquidazione" per via finanziaria del governo Berlusconi (al quale non ha mai perdonato i rapporti con Putin e Gheddafi), ha già ricominciato a "comprare Italia", e ora pare ci sia addirittura una lista di multinazionali già pronte a investire da noi, in attesa di capire l’esito della partita sui licenziamenti.

    In Europa il premier ha giocato di sponda con le istituzioni comunitarie e con la Bce. Ha potuto contare su Mario Draghi, il cui ragionamento è stato chiarissimo: se aderite al "fiscal compact", per la Banca centrale è più facile lanciare il maxi-piano di rifinanziamento per le banche. E se passa questo, le banche italiane faranno provvista all’Eurotower all’1%, e con quei fondi potranno ricominciare a comprare Btp, accelerando la riduzione dello spread. È quello che è accaduto e sta accadendo. Ha potuto contare sul sostegno di Angela Merkel, presso la quale è interceduto personalmente Papa Ratzinger.

    Per completare l’operazione "Salva-Italia" all’estero mancava solo l’Asia. "E l’Asia sta rispondendo con entusiasmo", è l’ultimo messaggio che arriva da Tokyo, quando lì è quasi l’una di notte e in Italia sono le sei del pomeriggio. Anche grazie al lavoro di un "ambasciatore" che finora è rimasto dietro le quinte, ma che ha aiutato e sta aiutando Monti passo passo, nella prossima due giorni cinese: Romano Prodi, che a Pechino è più apprezzato e coccolato che a Roma. Che sia il destino dei Professori prestati alla politica? Tocca a Monti, da martedì prossimo, dimostrare il contrario.

    m.giannini@repubblica.it
     


  • Nuova legge elettorale, coro di no in rete"Al solito, è spartizione democristiana"

    Nuova legge elettorale, coro di no in rete "Al solito, è spartizione democristiana" (ansa)

    DAL Porcellum al "Casinum". Il copyright è del leghista Gianluca Pini, e pazienza se il pulpito da cui viene la predica non è proprio il massimo, visto che fu il collega di partito Roberto Calderoli a ideare l’attuale legge elettorale che tutti vorrebbero cambiare. In rete la discussione sulla riforma elettorale pende proprio sul Casinum: perché la nuova riforma non è molto intuitiva ("è una supercazzola"), e poi perché – si dice – è tagliata su misura rispetto alle ambizioni del leader Udc.

    "Con la nuova legge elettorale saremo sempre alla mercé di uno Scilipoti qualsiasi", scrive Luigi su Twitter. "Le preferenze sono l’elemento indispensabile per una riforma della legge elettorale", dice Roberto. E Mario: "La nuova legge elettorale è una vergognosa tutela per le nomenklature di partito senza manco la governabilità". A conti fatti, le stesse cose che accadevano (e accadono) e si dicevano (e si continuano a dire) riferendosi al vecchio Porcellum. Insomma, cambiare tutto per non cambiare nulla?

    È davvero difficile trovare un solo commento positivo in giro, compreso tra quelli di chi non nascondono la propria vicinanza a uno dei tre partiti che si stanno mettendo d’accordo, cioè Pd, Pdl e Udc. "Torna la vecchia spartizione in salsa democristiana per la coalizione", commenta Adolfo. "Dalla padella alla brace"; "tutti candidati premier, poi in una cantina si decide chi guida il governo"; "è un assist per il Monti bis"; "dal Porcellum alla supercazzola"; "i capi-Casta e il loro motto: resistere resistere resistere". E poi Matteo ironizza: "Ritorno al passato: legge elettorale da Prima Repubblica; economia indietro di 15 anni; torna Lotta Continua in edicola. E i miei capelli?".

    Ecco invece un paio di valutazioni positive. Geremia commenta su un blog: "Cerchiamo di avere fiducia. Una buona notizia è la volontà di seppellire il Porcellum; l’altra notizia non è buona, non è chiara, ma intanto chissà, il fascino di certi capipopolo scema, scema, e forse emerge un pochino di classe dirigente". E Antonio, pragmaticamente: "Siamo tutti a lamentarci del Porcellum, ma chi lo deve cambiare, o provare a cambiare, se non questo Parlamento?".

    Il problema più sentito, prima ancora delle analisi su maggiore o minore governabilità, è quello delle preferenze. La bozza non prevede la possibilità di scegliere il proprio candidato, ma saranno le segreterie dei partiti – ancora una volta – a decidere chi entrerà in Parlamento. "Ecco che il solco tra cittadini e politica continua ad aumentare", sottolinea Michele. Luca: "Credo che con questa nuova legge elettorale l’astensione aumenterà ancora". Tutti i sondaggi politico-elettorali danno come primo partito tra gli italiani quello dell’astensionismo, "a parole i politici si stracciano le vesti, ai fatti a loro va benissimo così", ragiona Sandro. Giovanni, sulla pagina Facebook del Popolo della Libertà: "Ha vinto Casini, ha perso il bipolarismo e han perso i cittadini che non sceglieranno chi li governa". Arturo, sulla bacheca fb di Bersani: "I tre affamatori degli italiani si sono accordati per poter continuare a farlo".

    Seconda questione, le alleanze. Votare al buio un partito, senza sapere con chi eventualmente si alleerà il giorno dopo le elezioni, non sembra gradire a nessuno. "È peggio delle Prima Repubblica. Perché lì, almeno, c’era il proporzionale puro, che è la forma più democratica che ci sia", spiega Giacomo. Infine, quello sbarramento che dovrebbe essere fissato al 4 o 5%: "Stritoleranno definitivamente ogni dissenso, lasciando milioni di cittadini senza rappresentanza", scrive Alessandro.

    Il coro, alla fine, è praticamente unanime: la nuova legge elettorale, così com’è, sembra incorporare in sé un po’ di Prima e un po’ di Seconda Repubblica. La parte peggiore di entrambe.


  • "L’hanno fatto mentre Silvio era allo stadio questo è un colpo di mano di Confalonieri"

    "L'hanno fatto mentre Silvio era allo stadio  questo è un colpo di mano di Confalonieri" Emilio Fede in una foto d’archivio 

    Emilio Fede lascia la direzione del Tg4.
    "Non ci credo. Vuoi farmi morire?".

    Trema anche la mia voce. L’incredibile è accaduto.
    "Non so niente".

    E se fosse un tardivo scherzo carnevalesco?
    "Posso dirti che la trattativa per la risoluzione consensuale non è andata bene e così…".

    Così cosa?
    "Niente".

    Questo dimissionamento ha tutte le caratteristiche di un golpe ordito ai suoi danni.
    "C’è la mano di Confalonieri, è lui che l’ha architettato e portato a segno".

    L’ha fatta fuori Confalonieri insieme ai figli del presidente.
    "Silvio è alla partita".

    Diavolo, c’è Messi a San Siro! Hanno fatto le cose per bene, il presidente sarà irraggiungibile.
    "Adesso mi attivo".

    Chiami Berlusconi subito, o anche la scorta se non le riesce.
    "Lo devo chiamare e farmi spiegare".

    La mandano via senza neanche l’editoriale di commiato.
    "Non l’ho fatto l’editoriale, no".

    Si ricorda che ieri l’abbiamo passato insieme in rassegna?
    "Certo che ricordo".

    Senza il Tg4 Emilio Fede semplicemente non è. Questa è la mia opinione.
    "E’ la mia vita, ce lo siamo detti".

    Come fa a vivere senza la sua vita?
    "Adesso chiamo Berlusconi, mi metto in contatto con lui, porcaccia la miseria c’è la partita!".

    Fede, avverto questa suo improvviso disorientamento, ma è l’ora della battaglia!
    "Poi ti chiamo, fammi telefonare a Silvio".

    Al complotto si risponde con le armi in pugno.
    "Anch’io stavo vedendo la partita".

    Alle 21.05 Fede chiude le comunicazioni in una giornata che l’aveva invece visto galvanizzato, ottimista, fiducioso nelle possibilità di resistere. Alle 13.45 si era fatto vivo e la voce era ferma e l’umore dei migliori.
    "Sono felice, strafelice, gliel’abbiamo messo in quel posto".

    Felicissimo la sento infatti.
    "Adesso il giudice mi deve dire chi è che va con la valigiona di euro in banca a Lugano spacciandosi per me".

    Adesso viene il bello direttore.
    "Eh, mi voglio divertire".

    Ma sicuro che non fosse lei a Lugano? La sua auto ha davvero passato il confine, dicono i finanzieri
    "Ma io mi tengo lontano dalla banca quando vado a Lugano".

    Allora va a Lugano.
    "Ma senza andare in banca. Ed è successo una, due volte, toh tre. Ma mai, mai".

    Qualcuno vuole incastrarla.
    "Questo è di una evidenza palmare. Perciò mi aspetto che i magistrati facciano luce".

    Si aspetti dall’interno di Mediaset qualche altra controffensiva
    "E vuole che non sappia?".

    La vogliono cacciare
    "Mi hanno offerto un contratto di tre anni più altri due, la conduzione di un settimanale di informazione".

    Però la stanno trattando con i guanti bianchi
    "Ho solo chiesto che slittassimo di qualche mese".

    Lei senza il Tg4 non può vivere.
    "Io sono il Tg4".

     


  • Come funziona il Porcellum

    Come funziona il Porcellum L’ideatore dell’attuale legge, l’ex ministro Roberto Calderoli (ansa)

    ROMA – Si tratta di un sistema proporzionale con liste bloccate. L’elettore cioè non può esprimere preferenze e i candidati vengono eletti secondo l’ordine di presentazione in base ai seggi ottenuti dalla singola lista. Alla Camera sono previste soglie di sbarramento su base nazionale: il 10% del totale dei voti validi per le coalizioni e il 2% per le liste che ne fanno parte; il 4% per le liste che si presentano al di fuori di una coalizione. All’interno della coalizione partecipa alla ripartizione dei seggi anche la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il 2% dei voti. Alla coalizione di liste (o alla lista non coalizzata) più votata, qualora non abbia già conseguito almeno 340 seggi, è attribuito un premio di maggioranza tale da farle raggiungere il numero di seggi in questione. Anche per il Senato è previsto un premio di maggioranza volto ad assicurare almeno il 55 per cento dei seggi regionali alla coalizione (o alla lista) che abbia ottenuto più voti.

    Il meccanismo opera perciò su base regionale, con la conseguenza che può determinarsi una maggioranza diversa da quella formatasi alla Camera. Anche le soglie di sbarramento operano su base regionale: 20 per cento per la coalizione che abbia al suo interno almeno una lista che abbia raggiunto il 3%; 8% per le singole liste; 8% per le liste che fanno parte di coalizioni che non hanno raggiunto il 20%. All’interno delle coalizioni partecipano al riparto dei seggi le liste che abbiano ottenuto almeno il 3%.


  • L’errore del bruco

    L'errore del bruco Un incontro a tre tra Mario Monti, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel 

    C’È QUALCOSA che zoppica molto, nel giudizio che il Premier dà dell’Italia, della sua preparazione ad accettare le volontà del governo. Sostiene Mario Monti che "se il Paese non è pronto" lui se ne va, non sta aggrappato alla poltrona come i vecchi politici. Ma lo vede, il Paese? E sullo sfondo vede davvero l’Europa, come promette, o percepisce solo l’austerità sollecitata in agosto dall’Unione?

    In realtà l’Italia sarebbe più che pronta, se solo le si dicesse la direzione in cui si va, l’Europa diversa che si vuol costruire, la democrazia da rifondare a casa ma anche fuori: lì dove si sta decidendo, ben poco democraticamente, la mutazione delle nostre economie, delle nostre tutele sociali, del lavoro.

    È qui che manca prontezza: nei governi, non nei Paesi. Che manca il riformismo autentico: quello che non cambia le cose con rivoluzioni, ma le cambia pur sempre. La modifica dell’articolo 18 e altre misure d’austerità hanno senso se inserite in una mutazione al tempo stesso economica, democratica, geopolitica. Se non son parte di un New Deal nazionale ed europeo, secernono solo recessione, regressione, e quei chicchi di furore che secondo Steinbeck marchiarono la Depressione negli anni ’30.

    Al Premier vorrei domandare: è per un New Deal che sta a Palazzo Chigi, o per certificare che la crisi economico-democratica è gestibile da platoniche, oligarchiche Repubbliche di esperti-filosofi che la sanno più lunga? Una risposta a simili interrogativi ci preparerebbe un po’. Non basta dire: noi abbiamo filosofie sui giovani e il futuro che nessuno possiede.

    Urge quel che chiedono da tempo i federalisti; quel che il 10 marzo hanno invocato tanti cittadini e movimenti europei, in un appello (firmato anche da Jacques Delors) uscito in Italia e Germania: un’Europa politica, un’assemblea costituente che ne faciliti la metamorfosi. Incuriosisce che l’assemblea costituente attragga anche oppositori di sinistra (ne ha parlato Sabina Guzzanti, in Uno Due Tre Stella).

    È segno che ovunque c’è oggi sete di un’agorà europea: di uno spazio di discussione-deliberazione su quel che deve divenire l’Unione, se non vuol degenerare in matrigna sorvegliante dei conti. È una sete ignota ai partiti, al governo, ai sindacati. La Cgil ad esempio non ha firmato l’appello federalista, ritenendolo troppo favorevole al Patto fiscale. Non vede che anche il fiscal compact è doppio: ha senso se è il gradino di una scala, è stasi in assenza di scala.

    Nella stessa trappola può cadere Bersani, se condivide queste cecità. Senza un’Europa politica e democratica, che non si limiti a coordinare recessioni nazionali ma fabbrichi essa stessa crescita, il Pd è in un imbuto micidiale: come sabbia scivolosa, le sue forze si esauriranno. Per un partito vicino ai deboli e ai poveri, questi sono tempi bui. Gli mancano le parole, per dire quel che tocca comunque vivere, con o senza articolo 18: il taglio dei redditi, l’insicurezza del lavoro.

    Per decenni i progressisti hanno parlato di riformismo senza approfondirlo, e ora la parola tocca ripensarla, non farla coincidere solo con austerità, ineguaglianza. "Nessun nemico a sinistra", era l’antico motto. Oggi a sinistra s’affollano partiti, movimenti, e puoi denunciare l’antipolitica ma gli elettori non se ne curano, delusi come sono. Tuttavia, proprio la trasmissione di Sabina Guzzanti conferma che c’è, tra i delusi, un residuo di speranza, una sete che si può dissetare, se si vuole. Una domanda che implora più Europa. Che nella corruzione di tutti i partiti fiuta la temibile morte della politica.

    Il vero problema è che manca terribilmente l’aria, nelle stanze dove si riscrive il Welfare europeo (non sempre male d’altronde: nel piano Fornero ci sono molti progressi per i precari). Le stanze sono piccole, strette, e l’essenziale resta dietro la porta. L’essenziale è l’Europa: l’ossigeno che può venire da essa, se la trasformiamo in unione politica che governi quel che gli Stati non governano più. La dottrina tedesca che ingiunge "l’ordine in casa" prima di tentare forme politiche transnazionali è conficcata nelle menti: anche in quella di Monti. La crisi mostra l’inconsistenza degli Stati nazione, e nel nuovo mondo  -  già sovranazionale economicamente, ma non politicamente e democraticamente  -  le sinistre storiche sono in un vicolo cieco.

    Dicono alcuni che la democrazia svanisce, nel presente squasso. Secondo Ernesto Galli della Loggia, solo lo Stato nazione può essere democratico: fuori di esso non esisterebbe un demos ma "individui sparpagliati, che semplicemente ‘si conoscono’" (Corriere 12-3). Rotto il contenitore nazionale, la democrazia apocalitticamente muore. Dimentica, l’autore, che lo Stato nazione (a differenza degli imperi) ha creato democrazia ma anche nazionalismi, guerre, annientamenti di tutto ciò che il demos (popolo) riteneva impuro.

    Il Partito democratico, ma anche lo strano governo dei Saggi, sembra dar ragione a questa tesi, per nulla controcorrente. È la tesi dominante invece  -  ha la forza dello status quo  -  ed è anche la più facile, perché inventare un diverso ordinamento europeo implica ingegno, fantasia, forti trasferimenti di sovranità, trasgressione di conformismi, e una mente cosmopolitica che le sinistre storiche professano sempre, osservano di rado.

    Le torsioni del Pd, e dei socialisti in Francia, confermano l’infermità di partiti chiusi nelle case nazionali, che l’Unione la sognano soltanto. Quando esigono "più Europa" (al vertice parigino tra sinistre francesi, tedesche, italiane) non osano neppure parlare di governo federale: pudibondi, prediligono la vacua parola governance.
    Solo attraverso un governo europeo eletto e controllato dai deputati europei, ritroveremo la sovranità che gli Stati hanno delegato non perché rinunciatari, ma perché non la possiedono più.

    Solo in Europa possiamo fare quello che nazionalmente è infattibile: salvare il Welfare, dotare il potere sovranazionale di risorse per un’altra crescita, più competitiva e anche parsimoniosa perché fatta in comune. Concentrata su energie alternative, ricerca, istruzione, trasporti comuni che superino l’automobile individuale.

    Il Pd ha più patemi delle destre, abituate a custodire i fittizi troni nazionali delegando le sovranità perdute a incontrollate lobby finanziarie (un’abitudine contratta nei rapporti con la Chiesa). Le sinistre hanno una visione più laica e ambiziosa della politica, e il loro disinteresse per l’Europa federale è inane: non ci sarà vero progresso, senza vera democrazia europea. Nei vertici di maggioranza con Monti di Europa politica non si parla: come se non fosse la prima emergenza, l’ossigeno che ci evita l’asfissia. Monti ritiene che "non c’è bisogno" di Stati Uniti d’Europa. I suoi ministri raccomandano, svogliati, "piccoli passi".

    Come ricordano alcuni deputati, in un’interrogazione alla Camera presentata dal prodiano Sandro Gozzi, non è questa la linea fissata dal Parlamento. La mozione del 25 gennaio esige che il governo acceleri, in parallelo con Patto fiscale, un "processo costituente verso un’unione politica dei popoli europei", metta "al centro della riflessione politica europea le politiche dello sviluppo e della crescita", proponga il ricorso a eurobond e project bond come "strumenti innovativi di finanziamento allo sviluppo". Non s’intravvede prontezza governativa, in materia.

    Ulrich Beck ha dato un nome all’indolenza dei politici nazionali. La chiama l’"errore del bruco". L’umanità-bruco vive la condizione della crisalide, "ma lamenta la propria scomparsa perché non presagisce la farfalla che sta per diventare". Non è la prima volta che accade, secondo lo scrittore Burkhard Müller che per primo ha usato la metafora del bruco (Süddeutsche Zeitung, 1-8-08). Nell’800 stava per finire la legna: nessuno presagiva il carbone fossile. Oggi accade lo stesso col petrolio, e anche con gli Stati nazione. Si aspetta che l’alternativa si materializzi da sola, mentre bisogna tirarla fuori dal pigro ventre del presente. Decenni di lavoro di movimenti cittadini hanno consentito ai tedeschi di uscire dal nucleare, ricorda Habermas. Anni di negoziati hanno prodotto un diritto del lavoro che non ha spaccato e umiliato i sindacati come da noi.

    La sinistra può farcela. Purché lavori alla nascita della farfalla europea, e smetta le comode certezze di chi, apocalitticamente vivendo da bruco, ritiene morta le democrazia, una volta perduto il contenitore che fu lo Stato nazione.
     


  • Fede-Mediaset, divorzio clamoroso"Licenziato". Nuovo direttore al Tg4

    Fede-Mediaset, divorzio clamoroso "Licenziato". Nuovo direttore al Tg4 (ansa)

    ROMA - Emilio Fede lascia Mediaset. Sarà Giovanni Toti, direttore responsabile di Studio aperto, il nuovo direttore del Tg4. Lo rende noto un comunicato di Mediaset. "In una logica di rinnovamento editoriale della testata, cambia la direzione del Tg4. Dopo una trattativa per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non approdata a buon fine, Emilio Fede lascia l’azienda", spiega Mediaset. L’azienda – si legge – "lo ringrazia per il lavoro svolto in tanti anni di collaborazione e per il contributo assicurato alla nascita dell’informazione del gruppo".

    Un divorzio clamoroso per il giornalista approdato a Mediaset quando già era uno dei volti noti del telegionale Rai e che ha creato l’informazione delle tv di Berlusconi oltre che promuovere e accompagnare l’ascesa politica del suo amico Silvio. Accompagnando anche la vita privata del premier, onnipresente negli scandali fino all’"affare" Ruby e al caso Lele Mora.

    IL CASO RUBYLA TRIADE FEDE, MORA, MINETTI

    Comunque, per Fede il rapporto con la Rai termina nel 1987, dopo 25 anni, in seguito a un processo per gioco d’azzardo (finito con la sua assoluzione). Due anni dopo il passaggio alla Fininvest come direttore di Video News e successivamente di Studio Aperto, che sarà il primo notiziario ad annunciare in diretta l’inizio della prima Guerra del Golfo il 17 gennaio 1991, proprio nel giorno della sua prima messa in onda su Canale 5. Il passaggio alla direzione del Tg4 arriva nel 1993, dove Fede è rimasto fino ad oggi dando al suo telegiornale un’impronta personalissima, fatta di notizie miste a commenti che nel corso degli anni hanno ispirato tanta satira e alimentato tante polemiche.

    Ma che le cose – proprio dopo gli scandali in cui è stato coinvolto con Berlusconi – si stessero mettendo male era ormai chiaro. Così come i segnali che insieme agli auguri per i suoi 80 anni (lo scorso anno) proprio Piersilvio Berlusconi gli aveva mandato perché si ritirasse. Segnali non raccolti. Anzi, nella difesa per l’esplosione dell’ultimo scandalo con l’accusa di aver esportato capitali in Svizzera lui stesso ha fatto esplicitamente riferimento a "un falso organizzato per colpirmi e convincermi a lasciare la direzione del Tg4".

    Parole che contrastavano con quanto lo stesso Fede aveva annunciato da tempo circa la sua intenzione di lasciare Mediaset a giugno (in vista delle 81 primavere), o comunque entro il 2012. Negli ultimi mesi l’ormai ex direttore del Tg4 aveva anche ipotizzato di scendere in politica, naturalmente nel Pdl. Aveva però a più riprese smentito di aver raggiunto un accordo con l’azienda, mentre circolavano indiscrezioni mai confermate su una buonuscita milionaria, con cifre oscillanti tra i cinque e i dieci milioni. Nella trattativa di questi mesi si è discusso di soluzioni consensuali, come la possibilità per Fede di continuare a condurre un programma di prima o seconda serata, di restare in azienda come consulente, di diventare – come ha spiegato lui stesso – direttore editoriale dell’informazione.

    Ma questa sera l’epilogo è stato diverso. Dopo il Tg, il capo del personale del gruppo e un avvocato sono andati nell’ufficio di Fede. Ne sono usciti un quarto d’ora più tardi. Poi è arrivato il comunicato di Mediaset.

    Alla direzione del Tg4 va Giovanni Toti, una scelta "interna" su un giornalista che ha fatto tutta la sua carriera all’interno di Mediaset, dove è entrato nel 1996 e a Studio Aperto ha lavorato come redattore di cronaca, poi caposervizio e caporedattore del servizio politico. Nella prima direzione di Mario Giordano, ha firmato, tra i curatori, i programmi settimanali della testata ‘Lucignolo’ e ‘Live’. Dal 2007 al 2009, come vicedirettore, ha ricoperto l’incarico di responsabile dei rapporti con i media della holding Mediaset. Nell’ottobre del 2009 è tornato alla testata con la qualifica di condirettore e il 22 febbraio 2010 ha assunto la direzione del tg di Italia 1.


  • Via libera al pacchetto carceriSeverino apre all’amnistia

    Via libera al pacchetto carceri Severino apre all'amnistia Paola Severino 

    ROMA - Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato i provvedimenti per l’emergenza carceri, insieme ad alcune misure per velocizzare la giustizia civile, messe a punto dal ministro della Giustizia, Paola Severino. Il ‘pacchetto’ prevede diverse misure normative per affrontare l’emergenza dei penitenziari con ampliamento della possibilità di detenzione domiciliare. Approvate anche le misure per il processo penale e per quello civile, che erano all’ordine del giorno. "Quelli che abbiamo approvato sono provvedimenti di emergenza, misure doverose, necessarie e urgentissime, ma la soluzione definitiva non può venire da queste norme, che sono un tampone, bensì da una riforma del sistema carcerario" spiega il Guardasigilli. Che pronuncia parole destinate a far rumore: "’Io non ho mai escluso che l’amnistia e l’indulto siano dei mezzi che contribuiscono ad alleviare l’emergenza carceri, ma ho sempre detto che non sono dei provvedimenti di matrice governativa: se questa indicazione verrà dal Parlamento io non la contrasterò".

    Tra i primi effetti del pacchetto, l’uscita progressiva dal carcere di circa tremilatrecento detenuti, per effetto del decreto che alzerà fino a 18 mesi la pena residua che si può scontare ai domiciliari. Inoltre sancisce l’uscita dal circuito carcerario per gli arrestati in flagranza di reato, e in generale di quanti alimentano il fenomeno delle cosiddette ‘porte girevoli’, entrando in carcere per la sola immatricolazione per poi essere scarcerati o inviati ai domiciliari. In questo caso il beneficio sarebbe di circa 21mila detenuti ‘di passaggio’ in meno ogni anno negli istituti detentivi italiani.  Assegnati, inoltre, 57 milioni per l’edilizia carceraria. mentre per il ministro "occorre valutare se estendere il sindacato di controllo dei parlamentari" alle celle in cui si trovano le persone arrestate in attesa della convalida da parte del magistrato.

    I numeri. Il Governo stima che con il decreto legge in vigore potranno esserci fra i 15 ed i 20mila detenuti in meno. Attualmente ci sono nelle carceri italiane circa 67mila detenuti per circa 45mila posti. "Non possiamo quantificare con esattezza – dice Severino – quanti detenuti usciranno. La norma che riguarda le ‘porte girevoli’ per coloro che vengono arrestati per soli tre giorni riguarda 15-18mila detenuti. La norma che consente di scontare gli ultimi 18 mesi di pena agli arresti domiciliari riguarda 3mila persone".

    Basta "porte girevoli".
    "Nel giro di 48 ore una persona saprà se dovrà andare in carcere, agli arresti domiciliari o in libertà" dice il ministro della giustizia che si riferisce al "fenomeno delle porte girevoli: vi sono circa 21 mila detenuti che entrano ed escono dal carcere nel giro di 3 giorni. Abbiamo pensato ad una soluzione nella quale il soggetto arrestato, limitandoci a reati di offensività limitata e contenuta e quindi non di allarme sociale, vengano portati direttamente ai luoghi di custodia e nel giro di 48 ore dal giudice che convaliderà l’arresto". Poi, spiega, ci sarà la libertà, gli arresti domiciliari o il carcere senza però passare per quella "ritualità faticosa e umiliante del passaggio in carcere. E’ una difesa sociale e dei diritti di chi viene arrestato". Oggi, ricorda, "il periodo è più o meno il doppio, ora il periodo è abbreviato e non v’è passaggio in carcere". Per Severino "entrare e uscire dal carcere in tre giorni vuol dire creare problemi umanitari, sociali e di sovraffollamento".

    Più domiciliari.
    Per i reati con una pena massima fino a 4 anni sarà possibile a discrezione del giudice applicare la condanna alla "reclusione detentiva ai domiciliari" spiega Paola Severino. "Si passa dal sistema cautelare preventivo – spiega il ministro – al sistema penale vero e proprio, prevedendo accanto alla sanzione della reclusione la reclusione domiciliare, con la prescrizione di particolari modalita’ di controllo: non dei mezzi elettronici, che non ritengo opportuno attivare perchè devono ancora essere sperimentati e dimostrare di avere costi inferiori alla detenzione carceraria". Stando alle previsioni con l’estensione dei domiciliari a chi ha davanti a sè ancora diciotto mesi di detenzione si risparmieranno 375 mila euro al giorno.

    "C’è stata collegialità".
    Il criterio della assoluta collegialita’ è stato pienamente mantenuto anche in questa importantissima occasione – ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino – E’ stato approvato un pacchetto di riforme alcune per l’emergenza carceri", altre riguardano "diritto ed economia" ed "efficienza della giustizia". Rappresentano "le linee portanti che avevo avuto modo di illustrare nelle commissioni di Camera e Senato e che    costituiscono il contenuto di tre gruppi di provvedimenti". "Il sovraffollamento delle carceri è il primo dei miei pensieri ed è per questo che ho scelto lo strumento del decreto legge – continua il ministro della Giustizia – E’ tempo di mettere mano ad una seria riforma del sistema penitenziario ma sarei una sognatrice se pensassi di poterlo fare con le forze che mi accompagnano e con i tempi brevi di questo governo".

    Controllo sui fondi.
    "Sarà mia cura -afferma il Guardasigilli – garantire che questo denaro venga speso nel migliore dei modi. Dobbiamo completare delle opere a buon punto di realizzazione, vi sono carceri costruiti a tre quarti, padiglioni che dovrebbero consentire un ampliamento il cui completamento dovrebbe esse4e realizzabile con questo stanziamento. Sono pronta a dare conto di ogni euro che verrà speso, deve essere speso per soluzione problema edilizia carceraria, nei limiti di quello che si può fare con questi mezzi".

    Circoscrizioni giudiziarie.
    "Una giustizia del giudice di pace che funziona meglio è una giustizia più vicina al cittadino e che ha una estrema importanza" continua Severino che ha dato il via libera alla "revisione delle circoscrizioni in attuazione della delega già conferita, iniziando dai giudici di pace, per non avere sprechi"

    Le polemiche. "Non è concepibile un provvedimento in materia di custodia cautelare così come ipotizzato dal Governo Monti, significherebbe abbassare la guardia nei confronti del crimine ed uno schiaffo all’impegno delle forze dell’Ordine che già adesso è oltre il limite"afferma in una nota Filippo Ascierto, parlamentare del Pdl. ma dal partito di Berlusconi si alzano altre voci critiche: "Dal foverno provvedimenti inaccettabili" dicono i parlamentari del Pdl Alfredo Mantovano e Guido Crosetto. Per il leghista Sergio Divina il ddl è "un indulto mascherato". Disco verde dal Pd: "Apprezziamo innanzitutto l’approccio innovativo imperniato prevalentemente su un uso più esteso delle misure alternative alla detenzione, sull’indirizzo di depenalizzare quei reati che non rappresentano grave allarme sociale e sul principio di maggiore garanzia e legalità nell’uso della custodia cautelare".




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